Riportare il sapere alle necessità umane

di FAUSTA SPERANZA

Formarsi insieme per evangelizzare: è l’obiettivo delle comunità accademiche delle 22 università e istituzioni pontificie presenti a Roma — circa 16.000 studenti provenienti da 120 Paesi dei cinque continenti — ed è lo spirito con cui si apprestano a vivere la gioia di una prima udienza tutti insieme dal Papa, sabato 25 febbraio. Ad accompagnarli ci sarà il prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione il cardinale José Tolentino de Mendonça. Per l’occasione è stato redatto per la prima volta un unico rapporto che fotografa nei dati le 22 realtà: è stato voluto dalla Conferenza dei Rettori delle Università e Istituzioni Pontificie Romane (Cruipro) ed è stato presentato il 23 febbraio nella Sala Marconi del Dicastero per la comunicazione.

Il presidente della Cruipro, reverendo Luis Navarro (Pontificia Università della Santa Croce) ha tracciato l’orizzonte della sfida intrapresa: una collaborazione sempre nuova tra le varie comunità accademiche, perché sia «unità nella diversità, in un mondo che fa sempre più emergere la necessità di una ricerca condivisa e convergente tra specialisti di diverse discipline». Il presidente della conferenza dei rettori ha ricordato il compito indicato dal Papa nella Veritatis Gaudium di «elaborare strumenti intellettuali in grado di proporsi come paradigmi di azione e di pensiero, utili all’annuncio in un mondo contrassegnato dal pluralismo etico-religioso». In questo contesto, il Rapporto è stato realizzato con il contributo dei referenti per la comunicazione delle distinte università e istituzioni e nasce — ha sottolineato il rettore Navarro — anche come ulteriore occasione per valorizzare il potenziale che la rete tra le diverse comunità accademiche rappresenta per l’evangelizzazione della cultura.

È stata la preside della Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione Auxilium, suor Piera Silvia Ruffinatto, vicepresidente Cruipro, a parlare delle iniziative concrete messe in atto di recente in termini, per esempio di mobilità accademica tra atenei, che significa riconoscimento di crediti o eventuali passaggi senza costosi oneri. Il reverendo Alfonso V. Amarante (Pontificio Istituto Alfonsianum) segretario generale della Cruipro, ha suggerito quale mondo rappresentino insieme le comunità accademiche precisando che si tratta di sette università, due atenei, nove istituti, e che contano l’8 per cento di tutti gli universitari a Roma. A questo proposito il reverendo Navarro ha fatto riferimento al quadro giuridico-normativo che serve per capire la differenza, ad esempio, tra il compito di occuparsi di scienze sacre proprio delle università ecclesiastiche o l’impostazione cattolica di alcune facoltà. Ad assicurare le lezioni sono 2056 tra docenti e ricercatori e nell’anno accademico 2021-2022 sono stati 3086 i gradi accademici conseguiti. Se poi si guarda a istituti affiliati nelle attività a Roma, si ritrovano 221 atenei o facoltà: in un collegamento culturale che spazia da Gerusalemme alla Repubblica Dominicana, dall’India all’Oregon, dalla Romania al Brasile. E c’è da dire che il rapporto tra gli studenti e i professori è di 6 a 1, rispetto alla media di 16 a 1 che si registra negli altri atenei della capitale, statali o non statali. La ricchezza di una cooperazione tra le comunità si comprende anche ricordando che fanno riferimento a ben quindici istituzioni della Chiesa affidatarie, dalla Prelatura della Santa Croce e Opus Dei all’Ordine dei Carmelitani Scalzi, dalla Congregazione del Santissimo Redentore alla Società dei Missionari d’Africa, etc. Una ricchezza che — ha ricordato il professor Amarante — deve essere sempre pensata anche in termini di relazione «interna» alle varie realtà legate alla missione della Chiesa ma anche «esterna», proiettata alla creazione di quelli che il reverendo ha definito «essenziali campi di dialogo» con mondi accademici statali.

A far emergere proprio il punto di vista degli iscritti è stata Rafaella Figueredo, rappresentante degli studenti Cruipro, che ha sottolineato l’entusiasmo dei giovani chiamati a curare l’animazione nell’Aula Paolo VI , con il supporto armonico tra l’altro degli studenti del Pontificio Istituto di Musica Sacra, prima del saluto del Papa.

Alla base di tutto c’è «il rilancio degli studi ecclesiastici nel contesto della nuova tappa della missione della Chiesa», come si legge nel proemio della Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium promulgata da Papa Francesco l’8 dicembre 2017 e resa pubblica il 29 gennaio 2018.

L’edificio del sapere è da sempre la grande scommessa dell’umanità, tra accumulo diacronico di conoscenze e frantumo di certezze consolidate. Se un tempo si ragionava sull’insondabile oceano di Newton o sulle illusioni della linearità positivista, oggi si deve dibattere sulla scienza dei dati e la cosiddetta intelligenza artificiale. La sfida etica è sostanzialmente la stessa: reagire alla tendenza a far regredire la scelta dell’uomo al livello dell’uso delle conoscenze, che oggi significa tecnologie. Ma — come ha sottolineato suor Piera — bisogna essere in grado di conoscere e attraversare le sfide della digitalizzazione anche grazie alla conoscenza di discipline sempre nuove.

È il motivo per cui, nonostante le diversità di carismi e di talenti, nonostante i cambiamenti e le variazioni di programmi e di approcci legati ai tempi, un presupposto lega indissolubilmente tutti i «laboratori del sapere» pontifici: non attribuire al sapere un carattere disincarnato, ma riportarlo alle necessità umane. Per chi è impegnato in un’università pontificia — è quanto chiaramente emerso — all’inizio della ricerca c’è l’uomo e all’orizzonte delle finalità c’è il desiderio di capire il mondo per trasformarlo, per renderlo un posto migliore da abitare.

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-02/quo-045/riportare-il-sapere-alle-necessita-umane.html

Convinto fautore di un’Europa della cultura

Osservatore romano 18 febbraio 2023

di Fausta Speranza

Un grande talento, protagonista del panorama culturale italiano ed europeo. Anzitutto la città di Roma rende omaggio a Maurizio Scaparro, scomparso venerdì 17 all’età di 90 anni, ospitando al Teatro Argentina — ha diretto il Teatro di Roma dal 1983 al 1990 — la sua camera ardente, aperta al pubblico nella mattina di domenica 19.

Critico e docente, oltre che uomo di teatro, cinema e tv, Scaparro è stato un professionista in grado di rinnovare profondamente la scena teatrale e un organizzatore creativo di grandi festival e di eventi.

Con il suo stile sobrio e sostenuto da un solido realismo, ha mirato a creare un repertorio “nazional popolare”, valorizzando testi meno conosciuti di autori classici e novità contemporanee, e adattando per la scena romanzi del Novecento, con oltre 60 spettacoli allestiti, conquistando per due volte il Premio Flaiano: nel 2000 alla carriera e nel 2004 il Premio speciale.

Inoltre, ha dato vita, con Giorgio Strehler, al Théâtre de l’Europe, un laboratorio di idee e di arte per «costruire — come diceva — un’Europa della cultura». Un regista internazionale sempre in viaggio fra Italia, Francia, Spagna, Stati Uniti, riconosciuto come un significativo esponente del mondo della cultura europea.

Nato a Roma, ha iniziato l’attività di critico teatrale per giornali come l’Avanti!, nel 1961 è diventato direttore responsabile della rivista Teatro Nuovo. Ha fatto parte di quel gruppo, di cui è stato capostipite Strehler col Piccolo dei Milano, che, nel dopoguerra, ha fatto nascere il teatro pubblico e la moderna regia in Italia.

Negli anni Scaparro ha assunto l’incarico di direttore artistico, tra gli altri, del Teatro Stabile di Bologna, del Teatro Stabile di Bolzano, del Teatro di Roma, del Teatro Eliseo di Roma, del Théâtre des Italiens di Parigi, del Teatro della Pergola di Firenze.

Come regista teatrale ha debuttato nel 1965 al Festival dei Due Mondi di Spoleto con La Venexiana, commedia di autore anonimo. Ha adattato per la scena molti romanzi del Novecento, tra cui Il fu Mattia Pascal e Il giovane Faust. Si è cimentato nella regia cinematografica, dirigendo nel 1983 un proverbiale adattamento di Don Chisciotte.

Particolarissimo il rapporto con Venezia: Scaparro è stato direttore della Biennale Teatro dal 1979 al 1982 e dal 2006 al 2009. Il suo nome per la città lagunare significa la nascita del Carnevale moderno, quello abbozzato in un primo momento alla fine degli anni ‘70 e, poi, organizzato con un vero e proprio programma di eventi teatrali curati dalla Biennale dal 1980. La firma di Scaparro è associata alle particolari edizioni del 1980, 1981, 1982 e a quelle del 2005, in cui ha ideato il progetto della maratona teatrale negli ultimi «tre giorni e tre notti» dei giorni di Carnevale, e del 2006 quando ha curato la programmazione teatrale che aveva come titolo Il drago e il Leone.

Conoscenza appassionata, interazione di culture diverse, mescolanza di vari linguaggi espressivi, utopia: tanto si ritrova nella maestria di Scaparro. Il lungo sodalizio artistico con l’attore Pino Micol ha segnato l’affermarsi nell’immaginario comune di altri personaggi come Cyrano di Bergerac, Caligola di Albert Camus, la brechtiana Vita di Galileo, Enrico IV , Don Giovanni. Fino ad arrivare alle riflessioni private e politiche delle Memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar. Tra gli ultimi spettacoli, Scaparro ha direttoAspettando Godot, ripreso fino al 2019.

Di Maurizio Scaparro l’attore e regista teatrale Giorgio Albertazzi ha detto: «Scaparro è quello che si chiama un uomo di teatro e il teatro ha bisogno di persone come lui. Ce ne fossero un paio di Scaparro sarebbe meglio, una decina in Europa sarebbe un gran colpo, il teatro farebbe un balzo in avanti!».

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-02/quo-041/convinto-fautore-di-un-europa-della-cultura.html

Un laboratorio di visioni nuove al servizio dell’uomo

Osservatore romano 15 febbraio 2023

Una continuità ogni anno rinnovata da oltre 60 anni: così il rettore professor Franco Anelli ha definito, nel Dies Academicus per l’anno 2022/2023, il lavoro educativo, di ricerca e di cura che viene con passione condotto dalla sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il suo intervento ha fatto seguito alla Santa Messa concelebrata dal cardinale José Tolentino de Mendonça prefetto del Dicastero per la Cultura e l’Educazione, e da monsignor Claudio Giuliodori, assistente ecclesiastico generale dell’Ateneo. Hanno partecipato ministri della Repubblica Italiana: della Salute, Orazio Schillaci; dell’Interno, Matteo Piantedosi; della Cultura, Gennaro Sangiuliano; autorità regionali e comunali.

Dell’inaugurazione dell’anno accademico come di un momento estremamente significativo ha parlato il cardinale Tolentino de Mendonça, suggerendo che «gli anni non si sommano come si fa in altre istituzioni, né il tempo che passa fa invecchiare una università». Certamente l’età viene misurata a partire dalla data di fondazione e l’arco temporale costituisce un prezioso patrimonio di esperienza, ma — ha suggerito — «in realtà una università sta sempre cominciando di nuovo, anche le università cariche di secoli sono chiamate a essere giovani, a rinascere, ogni anno, in ogni matricola che si iscrive, in ogni corso o progetto che prende le mosse, nei sogni che si rinnovano». Una considerazione che sa di raccomandazione: «In una università, le visioni non sono prefabbricate come fossero ricette, la scienza è una scuola di umiltà che ci aiuta a integrare l’errore stesso e l’incompiutezza come tappe di un processo più ampio: il percorso universitario deve essere paziente». Dunque, la responsabilità dell’università di essere «una grande potenziatrice di visioni nuove». L’accento va sull’incontro: «Preservare uno spazio per l’imprevedibile, per quello che ancora non sappiamo e che nascerà dall’incontro». L’obiettivo è l’uomo: «La forza di una università, e tanto più di una università cattolica, sta nell’impegno che essa profonde nell’inaugurare una visione dell’essere umano e della vita — visione necessariamente transdisciplinare — che rappresenti una ragione di speranza». Dunque il richiamo del prefetto all’esortazione di Papa Francesco: «Quanto sarebbe bello che le aule delle università fossero cantieri di speranza, officine dove si lavora a un futuro migliore, dove si impara a essere responsabili di sé e del mondo!» (Incontro con gli studenti e il mondo accademico, Bologna, 1° ottobre 2017).

Dell’inaugurazione dell’anno accademico come occasione ha parlato anche il rettore Anelli, spiegando «l’opportunità di guardare al futuro che esige anche un’attitudine di fiducia e determinazione di fronte alle difficoltà del presente e alle inevitabili preoccupazioni per il domani».

Un particolare saluto è stato rivolto dal rettore al preside della Facoltà di Medicina e chirurgia Antonio Gasbarrini, chiamato a succedere a quella che è stata definita «la lunga e importante presidenza del professor Rocco Bellantone, in un periodo delicato e complesso, eppure di importante crescita».

Nel corso dei decenni la Facoltà medica ha educato generazioni di medici e operatori sanitari e ha raggiunto una posizione di straordinario prestigio nazionale e internazionale. Lo ha ricordato il professor Anelli aggiungendo che «la Facoltà di Medicina non è pensabile senza il Policlinico, così come la scienza medica non è pensabile dissociata dall’attività di cura».

A questo proposito Anelli ha chiarito che «parlare di policlinico universitario non significa apporre un’etichetta, ma esprimere l’essenza di un progetto culturale e ideale la cui missione è quella di mettere scienza e assistenza sanitaria a disposizione di tutti», aggiungendo che «una riduttiva e formalistica rappresentazione del Gemelli come “erogatore privato” di prestazioni sanitarie ne tradisce l’identità e il concreto operare», accomunandolo indebitamente a soggetti che si muovono in una logica profit, «pienamente legittima, ma che non appartiene allo spirito di servizio del Gemelli». Un servizio che nello specifico assicura 100mila ricoveri l’anno, un milione di prestazioni ambulatoriali, mantenendo con la realtà dell’università la capacità di «formulare sempre nuovi interrogativi, continuamente attratti, sedotti dalla curiosità». (Fausta Speranza)

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-02/quo-038/un-laboratorio-di-visioni-nuove.html

Ospite a Radio 3 Mondo per parlare di Messico

09 febbraio 2024

Santo confine!

Fausta Speranza ospite della trasmissione condotta da Anna Maria Giordano

Gli Stati Uniti hanno ripreso a deportare alcuni messicani su voli che li portano lontano dal confine meridionale. La mossa, dicono funzionari statunitensi e messicani, è progettata “per scoraggiarli dal tentare ripetutamente di entrare negli Stati Uniti”: ne parliamo con Fausta Speranza, giornalista dell’Osservatore Romano e autrice del libro “Messico in bilico, viaggio da vertigine nel paese dei paradossi” (ed. Infinito, 2018), “Il senso della sete” (ed. Infinito, 2022).

https://www.raiplaysound.it/audio/2024/02/Radio3-Mondo-del-09022024-34b5d591-ae2b-4d1f-a6e6-4fdbf023f994.html

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11 febbraio 2023

Fausta Speranza ospite della trasmissione condotta da Marina Lalovic

Il summit dei “tres amigos”

I leader di Canada, Messico e Stati Uniti a Città del Messico. Vertice a tre tra il Primo ministro canadese Justin Trudeau, il Presidente messicano Andrés Manuel Lopez Obrador e il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, dopo che lunedì i temi della migrazione, del cambiamento climatico, del commercio e del settore manifatturiero sono stati al centro dei colloqui tra Stati Uniti e Messico. Nel fine settimana Joe Biden ha camminato lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, in Texas, per vedere da vicino uno dei problemi più importanti della sua presidenza. Ne parliamo con Fausta Speranza, giornalista dell’Osservatore Romano e autrice del libro “Messico in bilico, viaggio da vertigine nel paese dei paradossi” (ed. Infinito, 2018) e con Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale e storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques/SciencesPo a Parigi e autore di “Era Obama” (Feltrinelli) e “Libertà e Impero” (Laterza).

Si può riascoltare la trasmissione:

https://www.raiplaysound.it/audio/2023/01/Radio3-Mondo-del-11012023-d1ab2a3e-0f21-4158-9e01-263c0623d402.html

Si scioglie la tensione nel nord del Kosovo

Rimosse le barricate dopo l’incontro tra il presidente serbo Aleksandar Vučić e i rappresentanti dei serbi locali nel nord del Kosovo. Tra momenti più problematici e momenti di distensione resta l’area più delicata nel difficile processo di stabilizzazione nei Balcani. A quasi 30 anni dalla conclusione del conflitto, i giovani guardano al futuro e cercano la pace, sottolinea il generale Giuseppe Morabito, Generale della NATO Defence College Foundation

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Nel nord del Kosovo è iniziata ieri la rimozione delle barricate e dei blocchi stradali eretti tre settimane fa dalla locale popolazione serba per protesta contro l’arresto ritenuto ingiustificato di alcuni serbi e contro l’invio al nord a maggioranza serba di ingenti forze di polizia da parte della dirigenza di Pristina. La prima barricata ad essere stata rimossa è stata quella  al posto di Merdare, il valico di frontiera più importante fra Kosovo e Serbia. Il presidente serbo Vučić,  al termine dell’incontro  giovedì  con i serbi del Kosovo, che ha portato all’intesa e alla distensione, ha chiarito che sarebbero servite 24-48 ore perché la situazione si potesse normalizzare, con l’eliminazione dei numerosi blocchi e barricate in varie zone del nord del Kosovo. Dietro alle proteste per gli arresti c’era la questione delle targhe kosovare richieste a tutti i residenti, anche serbi, come spiega Giuseppe Morabito, generale dell’esercito in riserva e membro del Direttorato della Nato Defence College Foundation:

La questione delle targhe di per sé non è così grave – afferma Morabito – ma il punto è che in una situazione di latente tensione qualunque cosa può fungere da scintilla. A sbloccare la situazione di paralisi nei trasporti e nelle comunicazioni, in un’atmosfera di alta tensione – spiega il generale – è stato un incontro che Vučić ha avuto nella serata di giovedì con i rappresentanti dei serbi del Kosovo. L’incontro si è tenuto a Raska, località del sud della Serbia a pochi chilometri dalla frontiera con il Kosovo, con Vučić che è intervenuto in prima persona per evitare una escalation della tensione con conseguenze imprevedibili. La primo ministro serba Ana Brnabić aveva parlato nei giorni precedenti di situazione sull’orlo di un nuovo conflitto armato nei Balcani. Sempre nella serata di giovedì era stato rilasciato Dejan Pantic, il primo serbo ad essere arrestato il 10 dicembre scorso, posto sotto sorveglianza domiciliare e che potrà difendersi a piede libero. Morabito ricorda che l’intesa si basa sulle garanzie date da Unione europea e Stati Uniti su alcuni punti fondamentali e di grande rilevanza per la popolazione serba del Kosovo. Come ha detto stamane alla tv privata serba Pink Petar Petkovic, capo dell’Ufficio governativo serbo per il Kosovo, Ue e Usa garantiscono tra l’altro che non ci saranno altri arresti di serbi, compresi quelli coinvolti nelle proteste con blocchi stradali e barricate. Non vi potrà essere alcuna lista di serbi da arrestare, anche se i serbi non credono fino in fondo che ciò non avverrà e non sono certi che le garanzie internazionali verranno rispettate. Il generale Morabito ricorda che in Kosovo c’è il contingente Nato mentre la fase di pacificazione in Bosnia Erzegovina è stata affidata alla cura dell’Unione europea. Il Kosovo – spiega il generale – è l’area più problematica dei Balcani e succede in continuazione che ci siano momenti di confronto acceso e poi di distensione. In questo momento, vista la drammatica contingenza della guerra in Ucraina, Morabito concorda con quanto sostengono diversi analisti e cioè che a scatenare le proteste, a soffiare sul fuoco,  possa essere stata la pressione estera di chi è interessato a tenere occupata la Nato sul fronte Balcani.

Il desiderio di pace dei giovani

Morabito, che insegna Studi strategici in un’Università privata di Pristina, spiega che in Kosovo i giovani sono moltissimi, soprattutto sono per la maggior parte nati dopo la conclusione del conflitto nei Balcani. Hanno tutti – assicura – il desiderio forte di vivere in pace, di costruirsi un futuro. Tanti – dice – guardano all’estero per approfondire gli studi oppure per avere maggiori opportunità di lavoro. Non hanno vissuto anagraficamente la guerra – afferma – e non vogliono che la storia torni indietro.

L’incoraggiamento dell’Ue

“La diplomazia ha prevalso nella riduzione delle tensioni nel nord del Kosovo”, ha affermato l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell, sottolineando che la violenza non può mai essere una soluzione e ribadendo che “ora c’è bisogno di progressi urgenti nel dialogo”.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/kosovo-serba-guerra-pace-nato.html

Voli commerciali e visita ufficiale di Stato, si consolida la pace nel Tigray

La stampa etiope parla di storico dialogo riferendo della visita della delegazione di Addis Abeba a Mekele, capoluogo del Tigray, appena conclusa. L’annunciata ripresa dei voli apre all’imminente ripristino delle attività commerciali, confermando che prosegue il processo di attuazione dell’accordo di pace raggiunto a novembre, dopo due anni di conflitto tra il Fronte popolare di liberazione del Tigray e le forze federali

Fausta Speranza – Città del Vaticano

L’Ethiopian Airlines ha confermato la ripresa imminente dei voli commerciali verso Mekele, la capitale del Tigray, Stato settentrionale da due anni al centro di un conflitto con le truppe federali di Addis Abeba. Questi voli consentiranno alle famiglie di riunirsi, faciliteranno il ripristino delle attività commerciali, stimoleranno il flusso turistico e porteranno molte più opportunità che serviranno alla popolazione.

Nel Tigray la delegazione di Addis Abeba

La notizia della ripresa dei voli è arrivata all’indomani della visita nella regione di una delegazione etiope guidata dal presidente del parlamento Tagesse Chaffo, la prima di questo tipo dalla firma di un accordo di pace lo scorso 2 novembre. La stampa ha parlato di “storico dialogo” sul processo di disarmo e sul ritiro delle forze armate eritree alleate del governo etiope. La delegazione di Addis Abeba è arrivata lunedì scorso a Macallè (capitale del Tigray) e ha incontrato i vertici del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf), il partito politico e movimento armato che dal novembre 2020 al novembre 2022 ha combattuto contro Addis Abeba per la secessione della regione settentrionale etiopica del Tigray. I dettagli di ciò che è stato discusso lunedì in merito al ritiro delle forze eritree non sono stati rivelati da nessuna delle parti, ma i leader del Tigray hanno affermato che le discussioni sono state “cordiali e storiche”. “Sono state tenute discussioni fruttuose ed è stata raggiunta un’intesa importante”, ha dichiarato Getachew Reda, consigliere del presidente del Tigray, che ha anche firmato l’accordo di pace con il governo etiope a nome del Fronte popolare di liberazione del Tigray (Tplf). “Il via libera al tanto atteso ripristino dei servizi (banche, collegamenti aerei, servizi eccetera) e il fatto che nessuno dei membri della delegazione governativa si sia preso la briga di assoldare guardie di protezione è una testimonianza della loro fiducia nell’impegno del Tigray per l’accordo di pace”, ha affermato Getachew. “Continueremo a costruire sui progressi mentre affrontiamo le sfide future”, ha aggiunto Reda. Il governo si è impegnato a riprendere completamente i servizi delle istituzioni e riparare le infrastrutture in tutte le aree della regione.

Tappe del processo di pace

Di recente, i funzionari del Tigray avevano esortato il governo del primo ministro Abiy a rispettare i termini dell’accordo di pace per quanto riguarda il ritiro delle forze straniere e non federali. La presenza delle forze eritree nel Tigray è stata infatti un ostacolo al disarmo delle forze del Tigray previsto dall’accordo di pace firmato il 2 novembre in Sudafrica. Durante il secondo incontro dei negoziati di pace tenutosi a Nairobi la scorsa settimana, le parti hanno concordato di istituire un gruppo di monitoraggio congiunto per verificare l’attuazione dell’intesa. “Hanno tutti concordato e accettato di dare pieno accesso al team di monitoraggio e verifica dell’Unione africana, così da avere uno sguardo completo a 360 gradi per garantire che tutti gli elementi degli accordi vengano effettivamente implementati”, ha detto Kenyatta durante una conferenza stampa a Nairobi. L’ex-presidente del Kenya ha inoltre affermato che la sua squadra e i rappresentanti dell’Unione africana si recheranno presto nel capoluogo del Tigray per supervisionare i progressi dell’accordo di pace.

L’appello dell’Ue a non dimenticare gli aiuti umanitari

L’Unione europea e i suoi Stati membri si sono congratulati con il governo dell’Etiopia e con il Fronte popolare di liberazione del Tigray per la firma dell’accordo per una pace duratura attraverso la cessazione permanente delle ostilità e la successiva dichiarazione dei comandanti di alto livello sulle modalità di attuazione dell’accordo. In particolare, nel comunicato pubblicato il 22 dicembre scorso si elogia il lavoro del gruppo di alto livello dell’Unione africana per il successo della mediazione che ha portato agli accordi. Dall’Ue anche parole di raccomandazione: “L’attuazione dell’accordo sulla cessazione delle ostilità richiede una leadership forte e un meccanismo di monitoraggio solido e sostenibile per garantire, tra l’altro, che la cessazione delle ostilità sia rispettata da tutte le parti, aprendo la strada alla ripresa, alla ricostruzione e alla riconciliazione”. L’Ue ricorda l’importanza di una cooperazione attiva, costruttiva ed efficace con i meccanismi nazionali e internazionali per i diritti umani. Assicurando il supporto per l’attuazione degli accordi, l’Unione europea ricorda “gli enormi bisogni umanitari nell’Etiopia settentrionale e in altre parti del Paese che richiedono una risposta adeguata e ben coordinata, le necessità urgenti delle popolazioni colpite dal conflitto”. Dunque la richiesta precisa: “Sono fondamentali un accesso umanitario senza ostacoli a tutti coloro che ne hanno bisogno e il pieno ripristino dei servizi di base in tutti i settori”.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/etiopia-tigray-conflitto-pace-disarmo-delegazione.html

In Myanmar attesa e speranza per possibili passi verso la riconciliazione

Dopo la risoluzione dell’Onu, che ha chiesto il rilascio dei leader dell’opposizione, nel Paese sarà a giorni diffuso il verdetto del tribunale sugli ultimi capi di imputazione per la Premio Nobel. A 22 mesi dal colpo di Stato, anche le potenze regionali sembrano spingere la giunta al potere ad allentare la pressione, come sottolinea Albertina Soliani, già presidente del Gruppo parlamentari amici della Birmania

Fausta Speranza – Città del Vaticano

È atteso per venerdì 30 dicembre il verdetto nel processo all’ex leader Aung San Suu Kyi per gli ultimi cinque capi di imputazione contro di lei sollevati dalla giunta militare arrivata al potere dopo il colpo di Stato nel febbraio 2021. Il premio Nobel per la Pace è stata accusata di 14 incriminazioni, tra cui una per corruzione, e condannata a 26 anni di carcere. Il 21 dicembre scorso il Consiglio di sicurezza Onu ha esortato la giunta a rilasciarla. Il Myanmar è tra i Paesi citati dal Papa nel corso della benedizione Urbi et Orbi da Piazza San Pietro. In particolare, Francesco ha lanciato un appello per la riconciliazione nel Myanmar.

Della pressione internazionale abbiamo parlato con Albertina Soliani, già presidente del Gruppo parlamentari amici della Birmania:

Ascolta l’intervista con Albertina Soliani

Soliani spiega che si è trattato della prima Risoluzione delle Nazioni Unite sulla situazione in Myanmar dal colpo di Stato avvenuto il 1 febbraio 2021, ma in realtà è anche la prima risoluzione in 74 anni. L’unica altra risoluzione riguardante il Paese è stata adottata dal Consiglio di sicurezza nel 1948: quella che approvava l’adesione dell’allora Birmania all’organismo mondiale.

L’appello dell’Onu

La nuova risoluzione, ricorda Soliani, chiede la fine della violenza e invita i governanti militari del Paese a rilasciare tutti i prigionieri politici, inclusa la leader democraticamente eletta Aung San Suu Kyi. L’esercito del Myanmar ha preso il potere nel febbraio 2021, arrestando lei e altri funzionari, e uccidendo diverse migliaia di persone e incarcerandone più di 16.000 persone durante le proteste. Il Consiglio di sicurezza, che è composto da 15 membri, è stato diviso per decenni. La risoluzione del 21 dicembre, sottolinea, è stata adottata con l’astensione di Cina e Russia, che nel 2008 si erano espressi contro un altro precedente testo, e il favore dei restanti 12 membri del Consiglio di sicurezza.  Anche al momento della crisi dei Rohingya – dall’estate 2017 almeno 700.000 persone in fuga dallo Stato di Rakhine in Myanmar verso il vicino Bangladesh – non c’è stato un voto del Consiglio di sicurezza. Durante tale crisi era de facto al governo Aung San Suu Kyi.

Stati Uniti e Ue

Dopo le sanzioni contro la giunta al potere decise subito da Washington in seguito al colpo di Stato, il 23 dicembre scorso il presidente Biden ha firmato il Burma act, la legge votata dal Congresso con cui gli Stati Uniti prendono posizione contro l’esercito del Myanmar ritenendolo responsabile delle violazioni dei diritti umani e ribadiscono di sostenere la lotta per la democrazia.

Anche l’Unione europea ha reagito al colpo di Stato imponendo in quattro cicli sanzioni e lanciando appelli. Le misure restrittive si sono aggiunte alla sospensione dell’assistenza finanziaria dell’UE destinata direttamente al governo e al congelamento di tutti gli aiuti dell’UE che potessero legittimare la giunta.

Dai vertici dell’Unione europea si è levata più volte la voce preoccupata per la continua escalation della violenza in Myanmar e per l’evoluzione verso un conflitto prolungato con implicazioni regionali. E’ stata più volte ribadita in via prioritaria la richiesta di cessare immediatamente tutte le ostilità e di porre fine all’uso sproporzionato della forza e allo stato di emergenza. Bruxelles ha continuato a fornire assistenza umanitaria alla popolazione, conformemente ai principi di umanità, neutralità, imparzialità e indipendenza, ribadendo la richiesta che il diritto umanitario internazionale sia rispettato in toto e immediatamente.

La pressione regionale

Secondo Soliani, qualcosa sta maturando anche per quanto riguarda l’Asean, finora sostanzialmente diviso e poco incisivo. Al Summit dei Paesi del sud-est asiatico (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malaysia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam) che si è svolto a novembre scorso sotto la presidenza cambogiana è emersa una posizione più decisa nell’indicare come “una priorità assoluta” la risoluzione del conflitto in Myanmar. Il Paese, ricorda Soliani, è in preda all’instabilità politica ed economica, a causa dei protratti scontri tra milizie nazionali e gruppi ribelli armati. Finora dall’Asean erano giunte molte condanne verbali delle violenze dell’esercito e l’auspicio di un veloce ritorno alla pace, ma poche azioni concrete per mitigare il conflitto.

Sin da subito i Paesi dell’associazione si erano divisi tra chi preferiva non intervenire negli affari esteri di un Paese membro, come Tailandia e Cambogia, e chi, come Indonesia e Malaysia, chiedeva una condanna forte delle azioni della giunta birmana. I leader del Sud-est asiatico, incluso quello della giunta birmana Min Aung Hlaing, nell’aprile 2021 avevano trovato un compromesso con il cosiddetto five-points consensus, un accordo il cui primo punto prevedeva la sospensione delle violenze nel Paese. Tuttavia, in oltre un anno da quell’accordo non ci sono state azioni significative della giunta affinché realizzasse gli impegni presi. Poi c’è stato il divieto imposto alla giunta di rappresentare il Paese ai Summit ASEAN e infatti in Cambogia il seggio birmano è rimasto vuoto. Soliani sottolinea che al di là dei pronunciamenti ufficiali al momento è forte la pressione da parte di questi Paesi sulla giunta anche perché – ricorda – pesa la questione dei tanti profughi nei Paesi vicini. E dunque secondo Soliani potrebbe concretizzarsi l’ipotesi di cui – dice – si parla da giorni di un possibile rilascio dei leader dell’opposizione che hanno oltre 75 anni, che comprenderebbe la San Suu Kyi e anche l’ex presidente.

Un Paese di grandi risorse

Parlando di risorse, Soliani cita innanzitutto le risorse spirituali del Myanmar, ricordando che si tratta di un popolo che sostanzialmente ha sempre scelto o cercato di scegliere modalità di non violenza nella sua battaglia portata avanti da anni per la democrazia. Soliani sottolinea che la violenza della repressione infatti stride molto con una resistenza – sottolinea – che usa le armi in difesa.  Soliani poi ricorda che la popolazione è in gravi difficoltà economiche ma che si tratta di un Paese ricchissimo di risorse, a partire da quelle minerarie e di idrocarburi, per non parlare delle cosiddette terre rare, cioè le sostanze utili per la più moderna tecnologia. Inoltre Soliani mette in luce un aspetto culturale importante: si tratta – afferma –  del Paese che in Oriente lotta per la democrazia.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/myanmar-birmania-colpo-di-stato-popolazione-asean-usa.html

Il primo martire Santo Stefano e i cristiani perseguitati oggi

Nel giorno in cui la chiesa celebra Santo Stefano protodiacono e protomartire, il rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre invita a ricordare i cristiani perseguitati oggi nel mondo. Un numero in crescita tra violenze, abusi, chiusure forzate delle chiese. Dal 1° gennaio 2022 nel mondo sono stati uccisi 14 sacerdoti e 2 religiose

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Oggi la Chiesa commemora Santo Stefano (Grecia, 5 – Gerusalemme, 36), primo cristiano ad aver dato la vita per testimoniare la propria fede in Gesù Cristo e per la diffusione del Vangelo. Il suo martirio è descritto negli Atti degli Apostoli, dove sono evidenti sia la sua chiamata al servizio dei discepoli, sia il suo martirio, avvenuto per lapidazione, alla presenza di Paolo di Tarso che in seguito si convertì lungo la via di Damasco. Santo Stefano è venerato come protodiacono e protomartire. Il primo epiteto è dovuto al fatto che fu il primo e forse il più importante dei diaconi eletti in Gerusalemme. Il secondo è associato al suo nome sebbene il suo martirio sia cronologicamente preceduto da quello di Giovanni Battista, morto per decapitazione. Stefano è stato il primo dei sette diaconi scelti dalla comunità cristiana perché aiutassero gli apostoli nel ministero della fede.

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2022-12/santo-stefano-martire-chiasa-cristiani-perseguitati-aiuto.html

A Torino il saluto della Chiesa al cardinale Poletto

Un esempio di dedizione alla vita della Chiesa: così l’arcivescovo di Torino monsignor Repole ha ricordato, alle esequie, il porporato. Nella basilica cattedrale metropolitana di S. Giovanni Battista è stato letto il telegramma del Papa. Nosiglia: è stato un costante punto di riferimento, un padre che è vicino

Fausta Speranza – Città del Vaticano

Si sono svolte oggi pomeriggio a Torino le esequie del cardinale Severino Poletto, nella basilica cattedrale metropolitana di S. Giovanni Battista. Il cardinale Poletto, che è stato presidente della Conferenza episcopale piemontese, è mancato nella tarda sera di sabato scorso nella casa di Testona di Moncalieri, dove si era ritirato dopo aver rinunciato alla guida dell’arcidiocesi, nel 2010. Avrebbe compiuto 90 anni il prossimo 18 marzo. La tumulazione, per sua volontà, avverrà nella basilica della Beata Vergine della Consolata in Torino.

L’abbraccio della Chiesa di Torino e la lettura del telegramma del Papa

Hanno celebrato le esequie l’Arcivescovo di Torino mons. Roberto Repole e l’arcivescovo emerito monsignor Cesare Nosiglia, unitamente al presbiterio diocesano e alla Chiesa torinese tutta. La celebrazione è stata trasmessa dalle ore 15 in streaming sul canale youtube della Diocesi. “Servitore fedele che con rettitudine e impegno ha offerto la vita al Signore e alla Chiesa”: così il Papa aveva ricordato il porporato nel telegramma inviato al momento del decesso a monsignor Roberto Repole, arcivescovo di Torino. Il telegramma è stato letto oggi in Cattedrale.

Nosiglia: è stato un costante punto di riferimento

“Del cardinale Poletto voglio ricordare l’attenzione rispettosa con cui ha accompagnato tutto il mio episcopato a Torino”, ha affermato monsignor Nosiglia, arcivescovo emerito. “È stato per me un costante punto di riferimento, al quale mi sono rivolto spesso per parlare sia di alcuni problemi della diocesi e del territorio, sia per le situazioni di alcuni preti in difficoltà”. Nosiglia è stato arcivescovo di Torino per dodici anni e durante quel periodo, ha raccontato, “il cardinale Poletto è stato come un padre che è vicino, condivide la conoscenza dei problemi ma sa anche lasciare il doveroso spazio”. È stato “presente nei momenti cruciali della vita della diocesi e alle grandi celebrazioni liturgiche: ma sempre e soltanto se da me veniva un invito esplicito alla sua partecipazione”. Nelle parole di monsignor Nosiglia anche l’ultimo incontro avuto con il cardinale Poletto,  pochi giorni prima della morte: “Abbiamo pregato insieme e l’ho trovato consapevole della sua malattia ma le sue condizioni non mi facevano pensare che ci sarebbe venuto a mancare così presto. Unisco il mio grazie per il cardinal Poletto a quello dell’intera Chiesa torinese per il suo servizio tra noi, e per l’esempio di fede che ci ha lasciato”.

L’arcivescovo Repole: credente attento a custodire la fede in Gesù

“L’esempio della sua dedizione alla vita della Chiesa, in questa nostra Torino – ha detto monsignor Repole – si ricorderà anche per il ministero silenzioso e continuativo nella parrocchia di Testona, vicino alla sua casa, dove si rendeva disponibile per i servizi liturgici e i sacramenti”. Incontrando i giornalisti, l’arcivescovo di Torino ha inoltre ricordato di avere avuto la fortuna di incontrare pochi giorni prima del decesso il cardinale Poletto che è stato suo vescovo per oltre dieci anni, di aver avuto una lunga conversazione “bella, fraterna e filiale”. Ha parlato di commozione raccontando di “un uomo lucido che sapeva che stava andando incontro alla morte considerata come l’incontro con quel Signore per cui aveva vissuto tutta la vita e che aveva atteso”. Nelle parole di Repole il cardinale Poletto “è stato un credente anche meticoloso nella sua fede; scrupoloso e attento a custodire per sé e per gli altri questa fede in Gesù Cristo”.

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In Tunisia prima tornata elettorale con la nuova Costituzione

Manifestazioni di piazza accompagnano l’attesa per il secondo turno delle elezioni in Tunisia, le prime dopo il referendum sulla nuova Costituzione. Al primo turno il tasso di affluenza ha segnato un record negativo. A undici anni dall’avvio della cosiddetta “primavera araba”, la Tunisia, Paese strategico del Mediterraneo, attraversa un delicato momento politico, in un contesto di precarietà economica, che non può essere ignorato, come sottolinea il ricercatore dell’ISPI Lorenzo Fruganti

Fausta Speranza – Città del Vaticano

“La Tunisia non ha altra scelta che il dialogo”: lo ha detto oggi il segretario generale del potente sindacato tunisino Ugtt, Noureddine Taboubi, in occasione di un comizio nella capitale, invitando la presidenza della Repubblica a “un dialogo serio e inclusivo”. Ieri in molti sono scesi in piazza a Tunisi lamentando gli effetti dell’inflazione e le difficoltà di sussistenza per il settore agricolo. Bisogna “mettersi intorno allo stesso tavolo e discutere un’alternativa con una visione di lungo termine e un governo all’altezza delle sfide”, ha affermato. Il sindacato ritiene che la situazione generale del Paese sia difficilissima e che il popolo alla fine “affermerà la propria volontà attraverso la lotta e la pressione”. A proposito dell’accordo con il Fondo monetario internazionale, Taboubi ha detto che l’Ugtt non è a conoscenza del programma presentato dal governo.

La scommessa delle elezioni

Sono 23 i candidati eletti al primo turno per le elezioni parlamentari del 17 dicembre scorso. Lo ha annunciato due giorni dopo il portavoce dell’Autorità superiore indipendente per le elezioni (Isie), Mohamed Tlili Mansri, aggiungendo che il secondo turno riguarderà 131 collegi elettorali. Tra gli eletti o passati al ballottaggio ci sono undici ex deputati e 24 candidati in rappresentanza di partiti politici, 27 sindaci, cinque avvocati e tre ingegneri. Per i collegi che non hanno registrato alcuna candidatura, Mansri ha assicurato che il nuovo parlamento si occuperà di rilevarne la mancanza e chiederà all’Isie di organizzare elezioni legislative parziali-suppletive. “Il parlamento ha anche la possibilità di modificare la legge elettorale per passare dalla fase dei decreti a quella della legislazione con legge in parlamento.”

La disaffezione alle urne

Per quanto riguarda l’affluenza – 11,2 per cento degli aventi diritto al voto –  si è trattato del tasso più basso dalla rivoluzione del 2011, dopo anni record di quasi il 70 per cento (elezioni legislative dell’ottobre 2014) e tre volte inferiore a quella del referendum sulla Costituzione dell’estate scorsa (30,5 per cento), già caratterizzato da una forte astensione.

Dell’appuntamento elettorale e del momento storico che vive la Tunisia abbiamo parlato con Lorenzo Fruganti, ricercatore dell’ISPI:

Fruganti innanzitutto chiarisce che dopo la pubblicazione dei risultati preliminari del primo turno sarà la volta di eventuali ricorsi e controricorsi per arrivare il 19 gennaio ai risultati definitivi, mentre i ballottaggi si terranno a febbraio, secondo quanto annunciato dall’Isie. La campagna elettorale per il secondo turno partirà il 20 gennaio. I risultati definitivi del primo e secondo turno saranno annunciati il 3 marzo 2023, ha precisato il portavoce.

Il richiamo alla cosiddetta primavera araba

Lo scrutinio – ricorda il ricercatore – si è svolto il 17 dicembre, giorno dell’anniversario dell’immolazione di Mohamed Bouazizi, che nel 2011 innescò la rivoluzione che avrebbe portato alla caduta del vecchio regime e ispirato le rivolte dell’intero mondo arabo. Eppure, il voto di domenica si è tenuto in un clima di generale indifferenza e appelli al boicottaggio. L’elemento che gli analisti mettono in luce – sottolinea Fruganti – è che le elezioni di questo fine 2022 e inizio 2023 non somigliano a quelle che le hanno precedute perché con la nuova Costituzione si verifica una perdita di centralità del parlamento nelle istituzioni tunisine. La nuova Costituzione – spiega – priva i deputati di quasi tutte le loro precedenti prerogative e concentra il potere nelle mani del presidente. La prospettiva di un parlamento senza peso politico deve aver pesato sulla forte astensione al primo turno.

Lo snodo politico a luglio 2021

Quando il 25 luglio 2021 il presidente Kais Saïed ha annunciato  il ‘congelamento’ del parlamento, assumendo i pieni poteri – spiega Fruganti – il popolo tunisino gli ha concesso il suo sostegno. Il capo dello Stato ha spiegato di voler “salvare” la Tunisia bloccata da mesi di veti incrociati tra i diversi partiti. Allora – sottolinea – l’Assemblea, dotata ancora di poteri molto ampi, simboleggiava la Tunisia post-rivoluzionaria preda dei suoi tormenti e incapace di andare avanti. Contro i fallimenti del governo, il sistema politico corrotto e incapace e la malagestione della pandemia, le proteste nel Paese erano all’ordine del giorno. Fruganti richiama alla memoria un discorso alla nazione in cui Saïed  spiegava i motivi del gesto, parlando di “situazione insostenibile”: a dieci anni dalla Rivoluzione dei gelsomini, la Tunisia, pur confermandosi l’unico vero  ‘cantiere democratico’ della regione , si mostrava preda di un’instabilità politica che ne ostacolava gli sforzi per rilanciare l’economia e i servizi.

La nuova Costituzione

Con il referendum del 25 luglio 2022 è stata approvata la nuova Carta costituzionale. Si è trattato – ricorda Fruganti – di una consultazione segnata da un tasso record di astensionismo dovuto al boicottaggio da parte di molti partiti, associazioni e sindacati (solamente il 30,5 per cento degli aventi diritto al voto si è recato alle urne). In ogni caso il referendum ha sancito la sostituzione della Costituzione del 2014, una delle Carte costituzionali più democratiche del mondo arabo, con un nuovo testo costituzionale. Fruganti ricorda che Saïed ha sempre criticato la Carta del 2014 parlando di natura bicefala dell’esecutivo, nonché di un parlamento, di un potere giudiziario e di una corte costituzionale in grado di condizionare e limitare in maniera significativa le scelte del capo dello Stato. Oggi – mette in luce Fruganti –  c’è il rischio che, in base alla nuova Costituzione, i deputati non possano concedere la fiducia al governo né ipotizzare di farlo cadere attraverso una mozione di sfiducia, poiché le condizioni per invocarla – spiega – sono troppo difficili da soddisfare. Inoltre, il parlamento sarà chiamato a confrontarsi con un’altra Assemblea le cui funzioni non sono ancora del tutto chiare. La nuova Costituzione – spiega il ricercatore – ha introdotto in Tunisia un sistema presidenziale puro in cui il capo dello Stato esercita il potere esecutivo, con l’aiuto di un capo di governo da lui designato, che non deve presentarsi in parlamento per ottenere la fiducia. Il presidente è anche comandante supremo delle forze armate, definisce la politica del Paese, ratifica le leggi e può proporle personalmente al parlamento. I testi proposti dal capo di Stato avranno priorità sugli altri. Il voto del 17 dicembre si è svolto in base al nuovo sistema elettorale uninominale che – precisa Fruganti – ha sostituito il sistema delle liste e ha ridotto l’influenza dei partiti politici nella scelta dei candidati.

Secondo Fruganti, dunque le controverse elezioni dell’Assemblea dei Rappresentanti del Popolo in Tunisia rischiano di produrre un parlamento destinato a essere  un organo meramente consultivo privato della funzione legislativa e di controllo sull’azione del governo e del presidente. Il ricercatore dell’ISPI chiarisce che ad oggi è difficile prevedere quali saranno gli equilibri politici interni al Paese all’indomani del voto, per poi affermare che di fronte alla possibilità di una deriva autoritaria, è verosimile che la tenuta del presidente Saïed, e più in generale il futuro della Tunisia stessa, si giocheranno sulla capacità della leadership tunisina di offrire alla popolazione risposte adeguate soprattutto sul piano economico.

L’economia tra inflazione e Fondo monetario

“Il ritardo nel raggiungimento dell’approvazione finale in favore della Tunisia di un nuovo programma del Fondo monetario internazionale (Fmi) rischia di aggravare una posizione d finanziamento già difficile e di erodere le riserve di valuta estera”. E’ quanto ha affermato oggi l’agenzia internazionale di rating Moody’s in una nota, a seguito della notizia del rinvio a gennaio della richiesta di esame definitivo del dossier tunisino già fissato per il 19 dicembre, aggiungendo che tale “circostanza aumenterà anche il rischio di declassamento del rating sovrano della Tunisia, che attualmente è Caa1 e in fase di revisione per il declassamento”. Nel Paese scarseggiano beni primari come farina, latte, riso e zucchero, per non parlare delle lunghe file ai benzinai. L’inflazione, che sfiora il 10 per cento, mette a dura prova i bilanci delle famiglie. Afflitta da un debito superiore al 100 per cento del Pil e impossibilitata a indebitarsi oltre sui mercati internazionali, dopo lunghi e difficili mesi di negoziato la Tunisia ha raggiunto un accordo con il Fondo monetario internazionale per un prestito di circa due miliardi di dollari. Si tratta di circa la metà di quanto richiesto inizialmente e per ottenerlo comunque il Paese dovrà mettere in atto un programma di riforme che punta soprattutto ad una maggiore equità fiscale, tassando anche l’economia informale con tutti i problemi e le difficoltà che questo comporta. Il presidente ha accusato “gli speculatori” per i rincari e gli scaffali vuoti, ma molti lamentano il fatto che, dopo aver promesso così tanto, Saied si sia concentrato sui cambiamenti politici dimenticandosi di trovare soluzioni economiche ai loro bisogni più urgenti. Secondo Moody’s, la finalizzazione del bilancio 2023 – una probabile condizione per l’approvazione del Consiglio esecutivo dell’Fmi sull’accordo di sostegno finanziario – rimane in sospeso, così come una nuova legge sulle imprese statali.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2022-12/tunisia-costituzione-primavera-araba-elezioni-parlamento.html