“The sense of thirst” presentato dall’Ambasciatore Donnelly

L’Ambasciatore Usa Donnelly       alla presentazione di                     “The sense of thirst”                           di Fausta Speranza

https://gazzettadiplomatica.it/lambasciatore-usa-donnelly-alla-presentazione-di-the-sense-of-thirst-di-fausta-speranza/

 

 

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“The sense of thirst”

è stato presentato da S.E. Joseph Simon Donnelly

Ambasciatore degli Stati Uniti d’America presso la Santa Sede

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giovedì 6 luglio a Roma ore 16:00 a Palazzo Maffei Marescotti, a Roma

insieme con la proiezione del video Mis-En-Scene

 Se l’acqua è sacra

https://www.meridianoitalia.tv/index.php/ambiente/570-se-l-acqua-e-sacra

di Paolo Minnielli

(nella foto Paolo Minnielli con la concertista Antonella Tondi che lo ha accompagnato alla chitarra)

regista Stefano Gabriele

 (con la partecipazione del Rabbino Ariel Di Porto; del Segretario Generale della Grande Moschea di Roma Abdullah Redouane; della teologa L. Pocher)

con il Maestro Lucio Trojano

autore del disegno della copertina

Mentre cerchiamo di capire cosa succederà al gigante russo e al popolo ucraino e mentre crescono le paure in Europa, dobbiamo ragionare seriamente su cosa sia una vera politica per la pace: non consiste solo nel mettere fine ai conflitti e nel contribuire a una stabilizzazione tra una guerra e un’altra, ma presuppone di guardare a tutte le politiche – socio-economiche e ambientali in primis – dalla prospettiva della pace, perché si possa evitare la nascita stessa di tensioni sociali e di nuovi conflitti. Significa occuparsi della annosa questione della produzione e della distribuzione delle risorse, a partire dalla più preziosa di tutte, l’acqua.

È quello che fa Il senso della sete, uscito a giugno 2023 in ristampa aggiornata in lingua italiana e in lingua inglese – in cartaceo e in ebook – con il titolo The sense of thirst. Water between geopolitcs, rights, art and spirituality, a conferma dell’interesse crescente per un testo che si occupa di questione ambientale con un approccio sinergico tra geopolitica, diritti, arte e spiritualità.

Il libro:
The sense of thirst  INFINITO EDIZIONI(€ 21,00 – pag. 256)
With a letter to the author of Pope Francis

Synopsis: the deep link between water and the right to health is one of the themes dealt with in denouncing the urgent social and geopolitical issues inherent in the most essential of human resources. In an era marked by the pandemic, by environmental disasters linked to climate change, by the phenomenon of Earth Overshoot Day, water is “analysed” as an emblem of the planet’s natural balance that human beings cannot destroy without annihilating themselves. The denunciation of issues that cannot be postponed, such as the ever less obvious right of access to drinking water, or drought, the cause of conflicts and migratory flows, is accompanied by an analysis of the spiritual, cultural and artistic dimension with which man has looked to the natural element, the source of life par excellence. The cry of the scientists, in fact, is waiting to be re-launched by a powerful leap of ethical awareness. Lest we forget that, as the philosopher-anthropologist Loren Eiseley said, “If there is any magic on this planet, it is contained in the water”.

L’Autrice
Fausta Speranza giornalista inviata. Al Radiogiornale internazionale di Radio Vaticana dal 1992; a L’Osservatore Romano dal 2016: prima donna a occuparsi di politica internazionale e poi nella redazione cultura. Ha lavorato con Sergio Zavoli (RaiTv Diario di un cronista e Viaggio nella scuola, 2000-2001). Ha firmato per Rai Storia nella rubrica Documentari d’autore il reportage dal Messico Tra record di violenza e di bellezza (8 Giugno 2019). Collabora o ha collaborato con Famiglia cristiana, Limes, RadioRai, il Corriere della Sera (intervista esclusiva alla super testimone del caso Spallone, aborti clandestini). Ha realizzato reportage anche da Europa, Canada, Stati Uniti, Medio ed Estremo Oriente, Africa. In Ghana ha documentato, entrando con la macchina da ripresa, il disastro di una delle più grandi discariche illegali di rifiuti elettronici al mondo. È autrice, per Infinito edizioni di Messico in bilico (2018), Fortezza Libano (2020) e Il senso della sete (2022; ristampa aggiornata a giugno 2023 in italiano, in inglese e in francese).

Ha vinto premi in sezioni Radio, Tv e Libri, tra gli altri: Premio Letterario Ambasciatori presso la S. Sede 2022; Premio Bizzarri al Giornalismo internazionale 2019; Premio Giustolisi al Giornalismo di Inchiesta 2018; Premio Giornalismo Europeo 2011.

Per informazioni:
Infinito edizioni: 059/573079 – 331/2182322

comunicazione@infinitoedizioni.it

Eticamente modificato

Lo sgretolamento dell’io identitario nella conflittuale dualità tra Bene e Male

E poi venne il gemello digitale

Con le definizioni di sosia, gemello, ombra, immagine allo specchio, alter ego, il tema del doppio ha attraversato l’immaginario artistico letterario di tutti i tempi, interpellando la riflessione filosofica prima di incontrare le interpretazioni della psicanalisi. Tra mille suggestive o bizzarre variazioni di senso, un filo rosso non ha mai abbandonato l’idea di dualità o di alterità, anche quando ha cominciato a sgretolarsi la certezza dell’io identitario: il filo rosso è stata la consapevolezza di muoversi sempre e in ogni caso tra Bene e Male. Nell’era della cosiddetta intelligenza artificiale si parla di “gemello digitale”. Non è solo una possibile variante della creatività umana, ma è un nuovo scenario antropologico da considerare con grande attenzione. Per la prima volta quel filo rosso potrebbe essere spezzato dai processi di automazione.

Se nell’arte e nella letteratura il “doppio” — spesso citato con il termine tedesco Doppelgänger — è una metafora del lato oscuro dell’uomo, nel pensiero psicologico novecentesco il doppio rappresenta l’inconscio. Diventa funzionale alla spiegazione dei fenomeni di straniamento e dissonanza.

Il tema del “doppio” è stato studiato con particolare attenzione da Otto Rank, allievo di Sigmund Freud, nella sua opera Der Doppelgänger del 1914, in cui collega l’improvviso pararsi innanzi a noi di un sosia, un nostro “doppio”, all’emergere di paure rimosse. È un’invasione dell’inconscio nel campo del conscio, un ritorno del rimosso che diviene, secondo una definizione di Freud, «perturbante». Semplificando, per la psicanalisi il “doppio” è la parte “altra” di noi, ciò che siamo ma non conosciamo razionalmente. Si distrugge così l’archetipo umano prevalente ancora nell’immaginario post-illuminista e si apre la strada a un’umanità dall’identità indefinita, a un vero e proprio arcipelago dell’io in continua mutazione. Ma non è ancora persa l’idea di bene e male.

Nell’epoca di rivoluzione digitale che stiamo vivendo il Digital Twin, gemello digitale, è una delle figure nascenti della cosiddetta intelligenza artificiale. Un gemello digitale funziona replicando una risorsa fisica nell’ambiente virtuale, comprese le sue funzionalità, caratteristiche e comportamento. Si utilizzano sensori intelligenti che raccolgono dati dal prodotto. L’espressione «internet delle cose» si riferisce alla rete collettiva di dispositivi connessi che facilita la comunicazione tra dispositivi e sistemi cloud, nonché tra i dispositivi stessi. E i gemelli digitali si affidano ai dati dei sensori per trasmettere informazioni dall’oggetto del mondo reale all’oggetto del mondo digitale. Stiamo familiarizzando con termini come piattaforma software o dashboard dove in sostanza è possibile visualizzare l’aggiornamento dei dati in tempo reale. Fin qui si parla sostanzialmente di oggetti ma l’intelligenza artificiale ( IA ) è un campo delle scienze informatiche dedicato alla risoluzione di problemi cognitivi comunemente associati all’intelligenza umana, come l’apprendimento, la risoluzione di problemi e il riconoscimento di modelli. Dunque, per machine learning ( ML ) si intende la tecnica in grado di sviluppare algoritmi e modelli statistici utilizzati dai sistemi informatici per lo svolgimento di attività senza istruzioni esplicite e basandosi, invece, su modelli e inferenza. È la tecnica usata dai gemelli digitali e questo significa che il digital twin si sta affermando con forza nell’industria ma tende inesorabilmente a estendere il proprio dominio anche alla sfera privata degli utenti. Ed è qui che impallidisce la consapevolezza del bene e del male perché significa non solo orientare ma anticipare scelte e comportamenti. È evidente che si pongono questioni di etica in un mondo in cui soggettività e oggettività stanno perdendo di significato e le fake news dilagano. Non è detto infatti che i sistemi di intelligenza artificiale prevedano valutazioni etiche e nel caso le prevedano non sappiamo quali saranno i valori ispiratori.

In un’epoca di relativismo culturale e di derive autocratiche, non possono essere solo le multinazionali con le loro logiche di profitto a gestire gli algoritmi. In ballo ci sono le forme istituzionali del vivere civile, le dinamiche economiche, le relazioni sociali. È urgente assicurare nuovi percorsi legislativi e nuove pratiche sociali perché l’intelligenza artificiale può portare benefici all’intera società — pensiamo alle applicazioni in campo medico — ma a patto che le sue applicazioni pratiche siano guidate da regole chiare sul piano giuridico ed etico. Altrimenti è come cancellare la categoria mentale del bene e del male.

Più banalmente un’altra crepa concettuale si è insinuata nella percezione comune: quella tra vero e falso. I social network consentono di essere costantemente on-line e di far vivere il nostro alter ego virtuale in modo continuo e parallelo alla nostra vita quotidiana e permettono a chiunque di crearsi un’identità alternativa, virtuale, che, oltre a configurarsi come identità “pubblica”, aiuta a filtrare tutte le informazioni riguardanti il soggetto e di selezionare solo quello che si vuole rappresentare agli occhi degli altri. Il doppio virtuale può diventare in definitiva un doppio “ripulito” da condividere, mentre ciò che è socialmente meno accettabile o inaccettabile rimane circoscritto al campo del reale. In modo analogo ma opposto, la creazione di un doppio virtuale può essere funzionale alla manifestazione di desideri e pulsioni socialmente inconfessabili. Dunque, al profilo ufficiale si sostituisce un’identità fittizia attraverso la quale si rende possibile l’appagamento — spesso solo virtuale — degli istinti meno presentabili. Peraltro, vi sono casi in cui l’individuo si crea identità virtuali multiple, rappresentanti ciascuna uno o più aspetti della propria personalità. Non riuscendo a trovare una coesione tra i propri differenti aspetti, praticamente li rappresenta separatamente, a seconda del target a cui si rivolge, che nel mondo digitale si estende esponenzialmente rispetto alle relazioni possibili nel reale. È come un’esplosione all’ennesima potenza delle dinamiche dell’Uno, nessuno e centomila di Luigi Pirandello, come una frantumazione dell’io che si ricompone nell’amplificazione narcisistica.

Si può dire che la trasformazione digitale ha il potere di rendere le persone “avatar” di se stesse, annullando le convenzioni identitarie, sociali, politiche, sessuali. E in un siffatto arcipelago virtuale di identità diventa sempre più difficile individuare il senso della responsabilità. La responsabilità è dentro la persona e verso la persona. La sfida pertanto non consiste nella demonizzazione della tecnologia, ma nella difesa della coscienza interiore e della conoscenza, nel riconoscimento di quel disagio che chiamiamo vergogna e che ci distingue dal gemello digitale.

di FAUSTA SPERANZA

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-06/quo-141/e-poi-venne-il-gemello-digitale.html

“La pace possibile”

Un libro per riconoscere la parità degli Stati e il primato della politica

Conflitti e “realismo utopico”, mercato globale e multilateralismo, identità e appartenenze, determinazioni della geopolitica e volontà politica: sono tanti i concetti intorno ai quali ragiona l’internazionalista Pasquale Ferrara per spiegare che è tempo di una nuova concezione della costruzione della pace. Nel suo nuovo volume “Cercando un paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi” invita a parlare di “categoria dell’innocenza” come categoria politica

Fausta Speranza – Città del Vaticano                

“Oggi si pensa che la politica in generale, ma soprattutto la politica internazionale, sia valida se si basa su quello che è chiamato il principio di realismo, ma è falso”. Ne è sicuro l’ambasciatore Pasquale Ferrara, attualmente direttore generale per gli Affari Politici e di Sicurezza del ministero degli Affari Esteri italiano, che affianca al servizio diplomatico l’attività accademica e di ricerca sulla teoria e la pratica delle relazioni internazionali. “Il principio di realismo – spiega – nasce dal presupposto che il mondo è popolato sostanzialmente da avversari, se non da nemici, e che bisogna anticipare le mosse”. Tanto che si è coniato il motto antichissimo: “Se vuoi la pace prepara la guerra”. In realtà preparando la guerra si ottiene solo la guerra. Un esempio storico fra gli altri è la Prima Guerra mondiale probabilmente scoppiata per una corsa agli armamenti navali tra Germania e Gran Bretagna.

Ferrara: guardare tutte le politiche dalla prospettiva della pace

Proprio su questo punto Ferrara si sofferma con Vatican News per parlare dell’orizzonte diverso indicato dal suo libro Cercando un paese innocente. La pace possibile in un mondo in frantumi, edito da Città Nuova:

Ascolta l’intervista integrale a Pasquale Ferrara

Professor Ferrara, nel suo libro lei introduce la parola innocenza. Perché?

Perché l’innocenza è qualche cosa che ispira fiducia. La “moneta” mancante oggi nelle relazioni internazionali è proprio la fiducia che serve coltivare se si vuole la pace. Non significa innocenza nel senso di ingenuità, ma piuttosto di assenza di secondi fini; capacità di tener fede alla parola data; rifiuto di intenti aggressivi. Credo che la categoria dell’innocenza possa diventare anche una categoria politica.

Abbiamo costruito negli ultimi 60 anni una “architettura di pace”: non si possono negare tanti passi avanti in tema di diritti, di riconoscimento del principio di multilateralismo e via dicendo… Ora ci sembra che questa architettura stia dondolando, addirittura sgretolandosi? Che succede?

In realtà non siamo stati in grado di relegare davvero la guerra agli archivi della storia. Il sistema del multilateralismo, in particolare la “costruzione” delle Nazioni Unite, si basa sul principio della sicurezza collettiva, cioè fare in modo che le questioni vengano risolte all’interno di un organismo di compensazione, rappresentato in particolare dal Consiglio di Sicurezza. Ci eravamo illusi che con la fine della guerra fredda questi organismi potessero funzionare al meglio. In realtà, constatiamo – non solo a seguito dell’aggressione russa contro l’Ucraina ma già da prima – la paralisi proprio del maggior organismo che dovrebbe garantire la sicurezza internazionale: il Consiglio di Sicurezza non è più in grado di prendere decisioni perché esiste, come sappiamo bene, l’istituto del veto da parte di cinque membri permanenti. La globalizzazione sostanzialmente ha rappresentato il tentativo di estensione del modello liberal democratico a vaste aree del pianeta e questo processo è stato visto da molti Paesi, soprattutto dell’Africa, dell’America Latina, o alcuni dell’Asia, come il tentativo di imporre un modello che è il modello occidentale: da parte occidentale viene percepito come “ordine” ma da altre parti del mondo viene percepito come “disordine”, e lo è se consideriamo le mancate risposte ai bisogni di molte aree del pianeta.

Ci siamo illusi che con l’economia si risolvessero le questioni?

Esattamente. Non dobbiamo dare credito alla tesi del cosiddetto “scontro di civiltà” ma sicuramente c’è stata una sottovalutazione della pari dignità degli Stati. La vera cultura liberale inclusiva delle Nazioni Unite dovrebbe significare che tutti gli Stati indipendentemente dalla loro posizione geografica e dalla loro forza – sia in termini economici, sia in termini demografici, sia in termini militari – debbano avere pari dignità, un posto nella governance globale. Questo in realtà non è avvenuto. Conosciamo benissimo le disparità a livello economico, macroeconomico, ma anche le diseguaglianze in termini microeconomici di sicurezza umana delle persone. Queste disparità si sono acuite grandemente nel corso degli ultimi 20-30 anni. In questo senso, tutta la costruzione successiva alla seconda guerra mondiale presenta elementi di grande crisi di legittimità.

Anche da parte dei cittadini occidentali è maturato scetticismo nei confronti degli organismi ritenuti “sovranazionali”, come l’Unione Europea o le Nazioni Unite, sebbene siano organi estremamente diversi. Si parla di un eccessivo peso dell’economia sulla politica. È d’accordo?

Sicuramente c’è da recuperare la voce della politica. Ma bisogna ricordarsi che la dimensione economica può anche essere uno spazio politico. Mettere insieme il carbone e l’acciaio durante la seconda guerra mondiale era un fatto economico che però ha avuto un grandissimo valore politico: si trattava precisamente delle risorse che erano servite perché Germania e Francia si facessero la guerra per oltre mezzo secolo. Quindi questa sicuramente è stata una strada economica per un patto di pace politico. È un altro discorso, invece, se si dà spazio all’ideologia del mercato: ci si pone su un piano diverso rispetto a quello dell’integrazione economica. Su questo piano le liberalizzazioni spesso sono state fatte senza tener conto delle necessità dei cittadini e soprattutto senza tener conto anche degli aspetti che fanno parte di quello che i francesi chiamano “l’eccezione culturale”, che significa tener conto che alcune decisioni non possono presupporre omogeneità in un continente variegato come quello europeo. Inoltre pensiamo alle riforme economiche, per esempio l’adozione dell’euro rappresenta una grande impresa politica: ha a che fare con la moneta e la moneta sin dall’antichità è il simbolo della sovranità. Il fatto di condividere l’euro tra diversi Paesi Ue è anche un segnale politico forte.

Parlando di desiderio di pace, non vorremmo un pacifismo cieco ma vorremmo sentire una decisa volontà dei cittadini, di tutti, a difendere o ricostruire la pace. C’è questa volontà?

Credo che a dispetto di un certo discredito per l’espressione del pacifismo, anche per un uso a volte improprio o talvolta strumentale che ne è stato fatto da una parte o dall’altra, anche se non da tutti, il cuore del concetto sia la preservazione della pace e credo che resti un aspetto fondamentale. Spesso interpretiamo la storia dell’umanità, e soprattutto la storia degli ultimi due secoli, come un susseguirsi di guerre. In realtà credo che soffriamo un po’ di una distorsione prospettica, perché la gran parte delle epoche ha conosciuto lunghissimi periodi di pace. La guerra è un vulnus e perciò la avvertiamo come qualcosa di importante, di centrale, ma la vera centralità è rappresentata dalla normalità della condizione di pace. Quindi se noi vediamo le cose in quest’altra prospettiva, recuperiamo anche l’idea di pace come un fatto che ha a che fare con la stessa struttura della politica.

Parliamo dunque di politica di pace?

Una cosa è una politica di pace che sicuramente è importante, perché mira a raggiungere condizioni di stabilizzazione dopo conflitti di varia natura, e ce n’è bisogno anche se è molto impegnativo, e un conto è la pace come politica, che significa guardare tutte le politiche – anche le politiche sociali o economiche, le politiche migratorie – dalla prospettiva della pace. Non si limita a mettere fine a conflitti, ma tende a fare in modo che si creino le condizioni per cui i conflitti non abbiano a scoppiare. Serve un cambiamento di approccio molto concreto.

Significa parlare di “realismo utopico”, come lei fa nel suo libro?

Sì, nel senso che noi spesso siamo abituati a ritenere lo status quo, cioè ad esempio la condizione attuale di “disordine”, la guerra, come qualcosa destinato a durare e riteniamo che sia molto difficile cambiare gli equilibri mondiali. In realtà, se guardiamo alla storia, gli equilibri sono cambiati tante volte: in alcuni momenti lo status quo che sembrava granitico si è sgretolato prima del previsto, accade qualcosa che nessuno aveva previsto come la caduta del muro di Berlino. Dunque, se noi utilizziamo questa categoria del “realismo utopico” guardiamo alla situazione del presente perfettamente consapevoli che non è destinato a durare per sempre. Contrariamente al “realismo classico”, che esalta sostanzialmente le virtù della forza negli equilibri di potenza, il “realismo utopico” mira a gestire il cambiamento attraverso meccanismi di collaborazione: il multilateralismo è in crisi sicuramente ma è l’unico strumento che abbiamo per poter affrontare problemi globali come, per esempio, il cambiamento climatico.

L’importanza del ruolo delle religioni: non è soltanto un contributo di belle parole …

No, affatto. Pensiamo al ruolo che le religioni stanno avendo oggi nel generare una cultura che si muove nella direzione di una politica planetaria, non più di una politica semplicemente mondiale, ma planetaria che cioè tiene conto della vita sul pianeta. Nelle religioni c’è quest’idea della famiglia umana universale e parte di questa famiglia sono anche tutte le componenti non umane perché contribuiscono alla sussistenza dell’umanità su questa terra. Quindi il tema è allargare gli orizzonti e le religioni possono contribuire proprio a questa operazione di ampliamento dello sguardo.

A volte nell’ambito della politica internazionale si è guardato alle religioni come “parte del problema” dei conflitti…

Perché se strumentalizzate possono essere utili ad alimentare i fondamentalismi che rendono i conflitti intrattabili. Oggi siamo nelle condizioni di poter dire che le religioni stanno diventando parte della soluzione in molti conflitti, in molti ambiti. Rileggendo le due grandi encicliche di Papa Francesco – Laudato si’ e Fratelli tutti – ci si rende conto di quanto sia andata in profondità questa consapevolezza che le religioni hanno una responsabilità per il destino dell’umanità e anche per le sorti del pianeta. Questa visione olistica – che non ha niente a che fare con la vecchia idea del panteismo, naturalmente – nasce dall’idea dell’unità del genere umano e della unitarietà della vita sul pianeta, che ci è consegnato perché sopravviva e ci faccia sopravvivere. Non ci è consegnato per scopi predatori.

Quanto è cruciale la questione dell’identità e delle culture?

Sì, il tema delle identità è tornato in auge: sono importanti, purché non si cristallizzino. Alcuni antropologi spiegano che siamo abituati a pensare l’identità associandola alle radici, che rappresentano l’humus da cui si trae linfa vitale, come letterature o culture popolari, ma si può pensare alle identità anche come a una grande corrente fluviale: lo stesso fiume mantiene dignità di fiume e al tempo stesso non è mai identico a se stesso, anzi si alimenta di contributi, di immissioni diverse e in un certo modo cambia continuamente. E lo scrittore Amin Maalouf fa una distinzione utilissima tra identità e appartenenze riconoscendo che l’identità di ognuno è fatta di mille appartenenze: siamo quello che siamo perché apparteniamo a una famiglia, una società, un Paese, magari siamo legati a un associazionismo sportivo… Questo insieme di appartenenze, che è diverso per ciascuno di noi, crea la nostra identità. Questo stesso meccanismo è riportabile anche sul piano dei popoli, delle nazioni, degli Stati, che sono comunque il risultato di diversi influssi e di molteplici appartenenze. Se l’identità è un insieme di fattori, in quell’insieme è più facile incontrarsi anche tra identità diverse.

Ma quanto è importante ancorarci al concetto di cittadinanza quando parliamo di identità?

La cittadinanza è fondamentale, perché altrimenti siamo una semplice convivenza, una coesistenza pacifica tra individui, se va bene. La cittadinanza è qualcosa che implica non tanto una partecipazione, che è una parola abusata, ma un’assunzione di responsabilità. Certamente va declinata più in termini di demos, di un popolo che esercita alcuni diritti e doveri, piuttosto che in termini più granitici e meno inclusivi di ethnos. In un mondo che possiamo anche immaginare non più governato dalla globalizzazione, ma che sicuramente rimarrà caratterizzato dalla mondialità.

Nel suo libro parla in un certo senso di “abuso” di geopolitica. Ci spiega?

La geopolitica ovviamente è una scienza nobile e intesa in senso corretto aiuta molto a capire i meccanismi internazionali. Il tema è che talvolta la geopolitica viene utilizzata come una sorta di pretesto per giustificare scelte politiche. Dobbiamo rivalutare la centralità della politica, perché se ci limitiamo a determinanti geografiche togliamo qualsiasi ruolo alla capacità di governo del mondo e di governo dei processi. La geopolitica è troppo spesso legata al cosiddetto hard power, quindi al potere militare, al potere economico, al potere demografico e quindi alla fine ha poco a che fare con la pace. Se si enfatizza la geopolitica, si finisce inevitabilmente sul piano delle politiche di potenza e quindi si sancisce l’impotenza della politica. Senza diventare dogmatici, occorre rivendicare l’autonomia decisionale della politica anche in politica estera. Bisogna sempre rimettere al centro le scelte coraggiose.

https://www.vaticannews.va/it/mondo/news/2023-06/conflitti-pace-politica-internazionale-libro-pasquale-ferrara.html

Il sapore del commiato

10 giugno 2023

«Fine di una madre» di Paola Pastacaldi

di Fausta Speranza

«Ho messo in questo diario tutta la mia paura che ho blandito a fianco di una madre autarchica che conosceva benissimo l’uso del potere, tanto da intimidirmi tutta la vita, che all’improvviso non avrebbe più potuto camminare e tantomeno comandare. L’ho fatto perché vincere la paura della sua angosciosa condizione e scegliere di starle accanto mi ha regalato un’occasione unica». Con queste parole Paola Pastacaldi, autrice di saggi e di romanzi storici, ci spiega la scelta di portare alla stampa un libro diverso dagli altri: Fine di una madre (Varzi, Fiorina Edizioni, 2023, pagine 119, euro 16) infatti, come lei stessa lo definisce, è un diario autobiografico. La parabola segnata dalla malattia e dalla medicina si immagina facilmente, compreso le perplessità per un inaccettabile accanimento terapeutico, quello che invece colpisce di più nel testo è il coraggio di condividere pensieri semplici ma potenti come questo: «Il tempo strappato alla morte può diventare un tempo prezioso per i familiari: il tempo della condivisione del significato di vivere».

Anche se nelle vicende familiari ci sono dettagli particolarissimi di esistenze intrecciate alle vicende delle colonie italiane in Africa a inizio secolo scorso, il racconto ha come punto focale l’esperienza universale della vecchiaia, che viene definita così senza inutili ipocrisie di stampo politically correct. È facilmente condivisibile lo choc di chi vive repentinamente il passaggio dall’anzianità del proprio genitore, fatta di rallentamenti e incertezze ma di sostanziale autonomia, alla vecchiaia in cui si dipende da altri, a volte da un sondino. «La qualità della loro vita è lì, sotto gli occhi di chi li guarda. Sempre più rattrappiti su se stessi, scheletrici, mani e gambe ossute che si chiudono sul corpo, quasi a difenderlo da aggressioni esterne.»

Pastacaldi racconta «un’inquietudine che non so più come nascondere a me stessa (…) nessuno mi ha preparata a questo momento, nessuno mi ha detto “ti accompagno io”». Da qui la scelta di mettere nero su bianco frammenti di un’esperienza che tutti sappiamo essere estremamente intima, come può esserlo tenere la mano a chi ti ha dato la vita mentre la sua vita si spegne.

Pastacaldi spiega di aver voluto scrivere qualcosa che possa aiutare in modo concreto chi si trovi di fronte ad un anziano fragile da aiutare. Si parte da una amara constatazione: «Non ci sono dati, pensieri, riflessioni, valutazioni, propositi; calcolando che l’Italia è un popolo di anziani, sembra incomprensibile. Come non esistessero. Perché ciò che riguarda gli anziani è coperto da omissis o afasia? È paura o incapacità di gestire l’enorme problema che avanza?». Gli anziani rischiano di diventare «vittime di Ageismo, come razzismo, sessismo».

Dal punto di vista strettamente fisico c’è qualcuno deputato a venire in soccorso di qualunque infermo: sono i medici e ce ne sono tantissimi straordinari. Pastacaldi però fotografa il fenomeno nella sua complessità che comprende anche «la medicina che si crede onnipotente». È la tecnomedicina che dimentica «per interesse» che la vecchiaia non è una malattia da estirpare, ma da «blandire con gentilezza». In certi momenti prossimi alla fine la cura inutile protratta all’infinito ha «il sapore di una camera a gas» nella riflessione della figlia/scrittrice. «Quanto diventiamo crudeli — afferma — quando la tecnomedicina si divora per volgare interesse la nostra morte e per indifferenza anche la nostra capacità di essere pietosi e di esercitare la meravigliosa compassione». Il suo è un grido per rivendicare che «di fronte alla fine ogni gesto deve avere un sapore diverso». Dobbiamo offrire a chi se ne va un momento di pace, un momento di memoria e di amore.

«Amarla è il mio modo di proteggerla e di proteggermi, fino all’ultimo giorno». Resta centrale il messaggio ai familiari: non scappare. Anche se «era come se la sua morte fosse anche la mia», la scrittrice non fugge e la sua esperienza la racconta così: «Eppure qualcosa mi dice che il segreto della vita è racchiuso in questi pochi giorni di umile attesa a casa». Un’attesa in cui si può scoprire la preziosità di gesti semplicissimi, come quello della badante Katerina che «in piedi, a mani giunte, vicina alle sponde del letto, prega per i defunti». Pastacaldi scrive: «Mia madre tace, poi in un soffio supplica “Ancora”. Ondate di tepore gioioso mi scaldano sino alla punta dei piedi.» E confida: «La semplicità della fede di Katerina mi disarma e mi rende rispettosa». Nella sua «onestà sana e pulita» Katerina, che ha lasciato l’Ucraina per bisogno di lavorare ben prima della guerra, «per ogni dolore ha una poesia, per ogni dolore ha un pensiero saggio, per ogni dolore ha una consolazione o una canzone».

Quella che appare come «una vita artificiale priva di sapore» spalanca orizzonti di comprensione: «L’immagine di un bambino che nasce, le sue grida, le sue lacrime e il respiro faticoso di un anziano sembrano due parti di una unica sfera, due metà impossibili da separare».

www.osservatoreromano.va/it/news/2023-06/quo-133/il-sapore-del-commiato.html

Ambiente e Scienza

In occasione della Giornata Mondiale dell’Ambiente (5 Giugno)

un’iniziativa di

 

Florence Mangin, Ambasciatrice di Francia presso Santa Sede

 

Majlinda Dodaj Capo Missione d’Albania

con Alexandra Valkenburg Ambasciatrice dell’Unione Europea presso la Santa Sede 

Interventi di Leonardo Palombi (Magnifico Rettore Università Cattolica “Nostra signora del Buon Consiglio” Tirana), Francesco Panessa (Istituto Nazionale di Astrofisica), Annalisa Corrado (Responsabile Attività Tecniche Kyoto Club) Ha moderato il dibattito Fausta Speranza Giornalista e scrittrice 

La registrazione video di questo convegno ha una durata di 1 ora e 46 minuti:

http://www.radioradicale.it/scheda/700237/conferenza-ambiente-e-scienza

 

Opening of the photo exhibition “Looking Beyond” at Palazzo Borromeo

On Monday, June 5 at 4 p.m., on World Environment Day

the Embassy of Italy to the Holy See opened the photo exhibition

“Looking Beyond”

curated by Filippo Maggia and promoted by the Italian Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation in partnership with the Italian Space Agency (ASI) and Telespazio

“Looking beyond” is an exhibition in which contemporary photography, art and technological innovation help us to go beyond a partial and limited vision of the world, projecting us into a broader perspective that reveals the beauty and – at the same time – the fragility of the Earth, leading us to rethink the way we interact with Creation”

Ambassador Francesco Di Nitto declared

After the opening remarks the following spoke:

Giuseppe Pastorelli, Deputy Director General for Country Promotion, Principal Director for integrated promotion and innovation, Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation; Gabriella Arrigo, Director of the International Affairs at the Italian Space Agency (ASI); Luigi Pasquali, Chief Executive Officer of Telespazio; Rev. Gabriele Gionti, S.J., Vice Director for Castel Gandolfo, Vatican Observatory Fausta Speranza, journalist at L’Osservatore Romano, moderated the event

Thanks to the spectacular images

of our planet acquired by the satellites of the Italian constellation COSMO-SkyMed owned by ASI and the Italian Ministry of Defence, the project offer to the visitors an opportunity to think about the contribution of satellite technologies to Earth observation, the promotion of sustainable development and the protection of the natural and cultural heritage. The exhibition, which will be open until July 11, allows us to see the Earth from a new perspective: coloured terrestrial fragments compose different patchworks and mosaics which present the life of a city, the activity of a volcano, the history of a glacier, a forest or a desert, a desertification process, until revealing to us the existence of “hidden” places.

On this occasion, the scientific activity of the Vatican Observatory (Specola Vaticana) was also illustrated: it is currently the astronomical observatory and the only research institution of the Holy See. The Vatican Observatory has very ancient origins dating back to the promulgation of the Gregorian calendar in 1582. The current Vatican Observatory was re-founded in 1891 by Leo XIII with the intention of harmonizing the relationship between science and faith. Currently the Vatican Observatory has two offices, one in Castel Gandolfo on the Apostolic Palace and in the pontifical gardens and one in Tucson, Arizona, USA, with offices in the University of Arizona.

 

The Looking Beyond exhibition, through the richness of its images, shows the full potential of satellite technology at the service of the Planet and its citizens. We are proud to have collaborated with the Ministry of Foreign Affairs to bring this important project to more than 50 countries around the world, and we hope to be able to give our contribution again to make the world aware of Space “made in Italy”Luigi Pasquali, Chief Executive Officer of Telespazio, said.

“Italy is strongly committed to promoting science at the service of peace and prosperity and has set itself ambitious goals in the fight against climate change. In this context, we can make use of a cutting-edge industry and a wide network of collaborations in the field of research, including the one with the Vatican Observatory”the Vice-President of the Council of Ministers and Minister of Foreign Affairs and International Cooperation, Hon. Antonio Tajani said in his message, adding that “this cooperative approach is also at the heart of Rome’s candidacy to host the Universal Exposition in 2030. The project, entitled “People and Territories”, in fact aims to offer a platform with a universal vocation to find shared solutions to common challenges such as that of the relationship between people, communities and the environment”.

Storia smaltata

Due nuovi allestimenti ai Musei Vaticani

25 maggio 2023

Il blu cobalto su sfondo bianco e la policromia rinascimentale di piatti istoriati: sono due delle immagini che restano impresse alla vista delle nuove sale che arricchiscono da oggi, 25 maggio, i Musei Vaticani. Si tratta di due ambienti che offrono rispettivamente il corredo apotecario della Spezieria di Santa Cecilia in Trastevere e la raccolta vaticana di Ceramiche medievali e moderne per la prima volta nella sua interezza.

Il motivo della foglia di vite bipartita accompagna tra i vasi della Spezieria in uso dall’inizio del Seicento fino al 1936, anno in cui Pio XI ha predisposto il trasferimento in Vaticano. Un cambio di sede che ha fermato l’attività della farmacia trasteverina evitando la dispersione di oggetti e ingredienti impiegati in passato per la confezione di medicamenti. Vasi grandi e piccoli in maiolica, utili a contenere acque e sciroppi — come si legge nel diario manoscritto che narra il primo trasferimento dal monastero alla Biblioteca Vaticana — rappresentano un esempio singolare per il livello di integrità. Come sottolinea la direttrice dei Musei Vaticani, Barbara Jatta, «ricreano l’attività farmaceutica della comunità di Santa Cecilia». Si presentano con la loro coperta in smalto stannifero decorato in blu cobalto su fondo bianco o, in alcuni esemplari, in smalto berrettino, cioè di colore azzurro-cenere. Al di sotto del cannello dei vasi è dipinto un cartiglio contenente il nome del medicamento, che in alcuni è accompagnato da un emblema di appartenenza o da elementi figurativi come mascheroni, volti, angeli, tralci o fiori. Se bellezza e unicità si impongono subito all’attenzione, emerge poi l’evidenza del lungo processo di studio, ricerca, restauro che ha reso possibile il nuovo allestimento.

All’altro ambiente che rappresenta la seconda preziosa novità si accede proprio da una porta dell’antica Spezieria: parliamo della Sala delle Ceramiche che da questo momento ospita in modo permanente la raccolta vaticana di Ceramiche medievali e moderne. Tra le opere più significative si fanno notare 34 preziosi Piatti istoriati rinascimentali della Collezione Carpegna; alcuni vasellami da mensa medievale in ceramica fine; rarissimi esemplari di mattoni da pavimento in maiolica arcaica e la serie di pavimenti robbiani che erano parte della pavimentazione delle Logge Vaticane dette di Raffaello. Inoltre, compaiono ceramiche della metà del XIII secolo, decorate nei colori bruno (ossido di manganese), verde (ossido di rame) e arancio (ossido di ferro) con motivi decorativi tipici di maestranze di cultura islamica.

Interessanti anche i reperti e frammenti di ceramiche rinvenuti in scavi archeologici nelle aree vaticane in occasione di restauri e lavori edilizi. Primi fra tutti, i due salvadanai rinvenuti duranti i lavori negli anni 1946-1951 per la demolizione delle volte dell’ammezzato della Torre di Innocenzo III sotto il pavimento del secondo livello della Torre, contenenti medaglie commemorative del pontificato di Papa Paolo II Barbo. Si tratta dell’uso di inserire all’interno della muratura un elemento di memoria dei lavori edilizi sotto un preciso pontificato.

In occasione dell’allestimento delle nuove sale è stato editato il primo catalogo ragionato sulla collezione pontificia di Ceramiche medievali e moderne. Curato da Otto Mazzucato e Luca Pesante, rappresenta mille anni di storia della ceramica italiana: dal primo vasellame invetriato prodotto a Roma nel IX secolo fino alle monumentali opere offerte in dono ai pontefici all’indomani dell’Unità d’Italia. Può essere utile sapere che le due sale da oggi musealizzate sono collocate all’uscita della Cappella Sistina, lungo il percorso della collezione di arti decorative e sono visibili attraverso una preziosa porta intagliata valicabile su richiesta, per studio o visita guidata.

di FAUSTA SPERANZA

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-120/storia-smaltata.html

Quel binario su cui corre la fede

19 Maggio 2023

Nel centenario di don Milani, la riflessione del cardinale Pietro Parolin

«In ogni situazione è sempre possibile fare qualcosa, anche quando tutto sembra dirci o imporci di restare fermi»: sono parole del Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, ispirate da «una figura impareggiabile come don Lorenzo Milani». L’occasione è stata l’inaugurazione della mostra fotografica nel centenario della nascita del prete di Barbiana alla Pontificia Università Lateranense, il 10 maggio scorso, che — ha avvertito il cardinale — non deve essere solo un momento celebrativo ma l’occasione per «guardare a quel Sacerdote e a quell’Educatore che ha saputo porsi oltre la quotidianità, tante volte routinaria e priva di stimoli». L’invito è a considerare «tutta l’attualità di Barbiana e del suo Priore». In particolare, ha suggerito il cardinale Parolin, «don Milani insegna a noi come la complessità sia qualcosa che appartiene alla società umana in ogni epoca e l’emergenza educativa ne è un risvolto costante».

Innanzitutto il Segretario di Stato ha sottolineato che don Milani ha saputo indirizzare la propria esistenza all’amore verso Dio e verso il prossimo che sono poi «il binario su cui corre la fede». Una fede che don Milani ha vissuto «come dono fin dalla sua giovinezza, che ha sposato nel sacerdozio frutto di una vocazione sin dall’inizio espressa come chiamata radicale, che ha originato anche l’attenzione e l’ascolto verso gli altri, senza indugi, né ripensamenti».

Il punto è che ha affrontato la complessità dei bisogni che vedeva oltre quella che il Segretario di Stato ha definito «la logica del fare scuola, di insegnare e di formare secondo lo schema — che è purtroppo una radicata convinzione — del “si è sempre fatto così”». Una sorta di equivoco e di illusione: «Uno schema dove la ripetizione è vista come garanzia di riuscita e soprattutto del non sbagliare, permettendo di continuare senza problemi nella convinzione che sia l’unico modo di procedere e la sola soluzione a tante esigenze o la risposta a diversi interrogativi». Di fronte a tutto ciò, don Milani ha scrutato «nuove strade per una formazione in cui l’importante non era l’ottenere un diploma, quanto piuttosto il sapere».

È noto che il bisogno diffuso era quello di tanti bambini e adolescenti che il contesto sociale, la realtà economica e, «non ultimo, un metodo scolastico volto a selezionare i migliori piuttosto che far emergere i talenti di tutti», ponevano ai margini di una società all’epoca definita complessa e «non priva di tante emergenze che toccavano anche la funzione educativa». Dunque, una notazione che porta al cuore del messaggio: di fronte a tale complessità, don Milani ebbe il coraggio di trovare risposta «in termini strutturali e non emergenziali come sarebbe stato più semplice e forse immediatamente apprezzato».

Oggi Barbiana, nelle parole del cardinale Parolin, appare «un laboratorio di vita vissuta e una risposta all’emergenza educativa nella quale il cammino nella fede si è saputo coniugare con la formazione, la cultura e la conoscenza». È importante ricordare che «alle giovani generazioni sono stati offerti lo spazio e gli strumenti di apertura alla realtà sociale, all’inserimento nella vita lavorativa e a un impegno anche di tipo politico in cui proprio il credere diventava la base non di una lettura chiusa o parziale, ma lo strumento per aprirsi e dialogare con tutti».

Ribadendo che ad alcuni l’esperienza e l’esempio di don Milani apparvero, «e appaiono ancora», non come una scelta profetica e creativa capace di leggere i segni dei tempi, ma semplicemente come un atteggiamento che voleva porsi al di fuori degli schemi o delle impostazioni tradizionali dei processi e delle strutture educative, il cardinale Parolin ha spiegato: «Nei processi di apprendimento che vogliono realizzare una sana integrazione si deve procedere non con teorie, pur se ben strutturate, dell’altro o dell’alterità, quanto piuttosto ricercando e conoscendo l’identità dell’altro, in particolare il complesso fattore identitario che ispira il pensiero, la condotta e lo spirito dell’altro». E c’è un aspetto da cogliere nello spessore dell’apostolato di don Milani che resta valido: «L’idea di un mondo che andava oltre i piccoli centri da cui provenivano i giovani alunni», che «si apriva ben al di là dei confini di uno Stato o di un continente, per scoprire la ricchezza di quella diversità che della famiglia umana è propria».

Il richiamo alle testimonianze di chi quella realtà ha vissuto e praticato nel quotidiano rapporto con don Lorenzo nella Scuola di Barbiana — ha sottolineato il Segretario di Stato — arricchiscono il valore delle immagini fotografiche della mostra e aiutano a comprendere che «non si tratta semplicemente di proporre una storia o di narrare un’esperienza». Il cardinale Parolin ha ribadito che «se questa fosse la finalità, se la ricchezza di un progetto pedagogico si riducesse a narrazione o a esperienza, ne avremmo perso il senso, la finalità, ma soprattutto lo spirito che motivò la sua nascita e quindi l’impegno del Priore di Barbiana». Un impegno che il cardinale ha poi sintetizzato affermando che «quello di don Milani resta un esempio di come l’essere sacerdote significhi sapersi aprire alle ansie degli altri, rispondere a ciò di cui ha bisogno il gregge che si ha in custodia. E questo in termini ed azioni di autentico servizio».

Sullo sfondo la convinzione espressa da Papa Francesco in occasione della visita alla tomba di don Lorenzo Milani a Barbiana il 20 giugno 2017: «La dimensione sacerdotale è la radice di tutto quello che ha fatto. Tutto nasce dal suo essere prete. Ma, a sua volta, il suo essere prete ha una radice ancora più profonda: la sua fede».

di FAUSTA SPERANZA

https://www.osservatoreromano.va/it/news/2023-05/quo-115/quel-binario.html

Laudato Si’ e Acqua: con la presidente di Sicut Novellae Olivarum

25 Maggio 2023

 Ecumenismo ed ecologia nella Laudato si’

L’Associazione Sicut Novellae Olivarum ha organizzato la presentazione di

Se l’acqua è sacra di Paolo Minnielli

Mis-en-scene  dal libro  di Fausta Speranza Il senso della sete. L’acqua tra diritti non scontati e urgenze geopolitiche

Introduce Suor Maria Giampiccolo, Consigliera e Vicaria generale della Congregazione delle Figlie della Chiesa e presidente dell’Associazione Sicut Novellae Olivarum

a Piazza Santa Maria delle Grazie al Trionfale, a Roma


di seguito l’articolo di Emanuele Mariani pubblicato sul sito delle Figlie della Chiesa:

TUTELARE L’ACQUA ANCHE CON UN FILMATO ED UN
LIBRO, NEL SOLCO DELLA “LAUDATO SII”

Spesso si parla di quante risorse vengono sprecate dall’uomo sul nostro pianeta. E spesso si parla di ecologia in relazione al creato ed alle sue bellezze: ne discutono da tempo, con lo stesso fine di tutela, cattolici e laici.
Anche Papa Francesco, con l’Enciclica,  Laudato Si’, ha dato il suo importante contributo, ricordandoci che il bene comune si persegue anche con la protezione e la corretta distribuzione delle risorse che Dio ci ha dato.
La discussione sui temi ambientali ed in particolare su quanto sia importante uno tra i primari beni dell’umanità, ovvero l’acqua, è stato al centro della presentazione del filmato Se l’acqua è sacra dell’attore e regista Paolo Minnielli, ispirato dal libro della giornalista, Fausta Speranza dal titolo: Il senso della sete. L’acqua tra geopolitica, diritti, arte e spiritualità (Infinito Edizioni), presentati entrambi, l’altra sera a Roma, presso il teatro della Parrocchia Santa Maria delle Grazie al Trionfale, nell’ambito delle iniziative per la festa della Madonna delle Grazie 2023.
La proiezione del cortometraggio e del libro è stata preceduta dalla relazione “Ecumenismo ed ecologia nella Laudato Si’, tenuta da Suor Maria Giampiccolo, Vicaria Generale delle Figlie della Chiesa, che si è soffermata in particolare sul senso “ecumenico” del creato e su come si sia diffuso storicamente, nei secoli, il sentimento universale della tutela dei beni comuni, concetto ribadito e cristallizzato nell’Enciclica pontificia.
Siamo tutti chiamati a difendere e a non disperdere, con inutili sprechi, i doni preziosi (tra questi certamente e soprattutto l’acqua) che Dio ha affidato all’umanità, considerato che persino i tratti di mare e di oceano sono spesso contesi e oggetti di dispute giuridiche, non di facile risoluzione, senza tralasciare l’incidenza che il cambiamento climatico sta causando sui territori (le tristi cronache dall’Emilia-Romagna di questi giorni ne sono drammatica testimonianza).
Il filmato  Se l’acqua è sacra è stato  presentato, lo scorso 22 marzo  all’evento Aquae, tenutosi a Roma nell’ambito della Giornata Mondiale dell’Acqua 2023 ed è una coproduzione Vatican Media e Framexs. Si tratta di  una mis-en-scène di Paolo Minnielli con brani tratti appunto dal libro  Il senso della sete di Fausta Speranza, per la regia di Stefano Gabriele, presente alla proiezione nel teatro parrocchiale.
Le immagini sono accompagnate e magistralmente inframmezzate dalle arie suonate, alla chitarra, dalla concertista Antonella Tondi.
Nel video, parlano dell’acqua, giovani e leader religiosi: il Rabbino Ariel Di
Porto; il Segretario Generale della Grande Moschea di Roma, Abdellah Redouane;Suor Linda Pocher dell’Auxilium.
Impreziosisce il libro di Fausta Speranza, una lettera personale di Papa
Francesco all’autrice.
Erano presenti alla proiezione, nel teatro parrocchiale, anche le colleghe
giornaliste Roberta Gisotti e Silvia Guidi, del direttivo dell’Associazione Donne in vaticano D.Va.

 

Al Festival di Letteratura Ambientale ad Arco

Festival di Letteratura Ambientale
di Arco di Trento

Venerdì 19 maggio 2023  con Fausta Speranza,  alle 18:00 presso la sede della SAT, via S. Anna 42

 

 

su Vita Trentina:

https://www.vitatrentina.it/2023/05/18/fausta-speranza-al-festival-della-letteratura-ambientale-di-arco/

Venerdì 19 maggio alle 18 al SottoTetto Urban Space al parco Nelson Mandela Fausta Speranza, giornalista esteri e inviata per oltre 25 anni per i media vaticani, presenterà il suo ultimo libro Il senso della sete. L’acqua tra diritti non scontati e urgenze geopolitiche, vincitore del Premio letterario degli ambasciatori presso la Santa Sede nel 2022  L’incontro sarà l’occasione per riflettere sul legame profondo tra l’acqua, il diritto alla salute e la crisi ambientale e climatica in atto. Nel nostro presente segnato dai disastri ambientali e dal consumo umano eccessivo delle risorse del pianeta, l’acqua è infatti l’emblema di quell’equilibrio naturale che gli esseri umani non possono continuare ad alterare senza annientare sé stessi. Accanto alla denuncia di tematiche improrogabili, come il diritto di accesso all’acqua potabile sempre meno scontato, o la siccità, causa di conflitti e flussi migratori, nella serata di presentazione verrà dato spazio anche all’analisi della dimensione spirituale, culturale e artistica con cui nei secoli l’uomo ha guardato all’acqua. Per non dimenticare che “se vi è una magia su questo pianeta, è contenuta nell’acqua” (Loren Eiseley).

https://www.ildolomiti.it/cultura/2023/incontro-con-fausta-speranza-seconda-passeggiata-letteraria-e-giornata-di-piantumazione-continua-il-festival-della-letteratura-ambientale-di-arco