Romano Prodi 2003

OGGI IN PRIMO PIANO

L’ALLARGAMENTO AD EST, L’UNIONE PER LA PACE, L’EREDITA’ DEL CRISTIANESIMO:
LE NUOVE SFIDE PER L’EUROPA
– Intervista con Romano Prodi, presidente della Commissione Europea –

Le prospettive di un’Europa a 25, le sfide in tema di pace, le radici cristiane del Vecchio continente. Sono alcuni dei temi affrontati questa mattina da Romano Prodi nell’intervista alla nostra emittente. Ascoltiamo innanzitutto la riflessione del presidente della Commissione Europea, Romano prodi, a proposito dell’allargamento dell’Unione. L’intervista è di Fausta Speranza.

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R. – Ritengo che l’Europa non sia completa se non comprende i Paesi che entrano adesso, più gli altri Paesi che stanno negoziando, e in un futuro i Paesi Balcani. Quindi, io vedo questo come necessario per la pace, ma lo vedo anche necessario per la prosperità futura di tutto il continente. Diventiamo un mercato unico, grande, solidale, il più grande mercato interno del mondo. Quindi, noi possiamo veramente avere una parola nella politica di domani, una parola di saggezza che mi sembra necessaria.

D. – In tutto questo, che peso hanno e potranno avere le divisioni emerse di recente all’interno dell’Unione, in particolare in tema di pace?

R. – Sono delle divisioni dei governi, ma sono una grande unità dei popoli. In tutta Europa i popoli hanno, in modo del tutto straordinario, del tutto imprevisto, dato il loro consenso ad una politica di pace. Non è una divisione profonda che abbiamo su questi temi, è una divisione tattica, una divisione politica, che quindi in un futuro può essere componibile. Bisogna tenere in Europa, non solo il futuro della nostra ricchezza, il futuro della nostra economia, ma anche il futuro della nostra sicurezza.

D. – Quale può essere e quale deve essere l’impegno dell’Italia nel prossimo semestre di Presidenza?

R. – Io credo che il compito fondamentale sia quello di coadiuviare alla messa in atto, alla conclusione della Convenzione, in modo da poter firmare il nuovo trattato nel semestre italiano. Spingere la nuova politica per il Mediterraneo e per i Balcani. Io credo che si siano fatti dei passi enormi, come abbiamo visto, verso i Paesi al di là della cortina di ferro. Adesso dobbiamo svolgere uno sguardo al Mediterraneo, che è sempre più povero, che è sempre in tensione crescente, e che si allontana da noi.

D. – Presidente Prodi, il Papa dalla Spagna ha lanciato di nuovo un appello, perché non siano abbandonate le radici cristiane dell’Europa. Da presidente della Commissione Europea che cosa risponde?

R. – Io ritengo che queste radici cristiane d’Europa siano fondamentali non solo per il nostro passato, ma siano fondamentali anche per il nostro futuro. Non vi può essere un’Europa che non tenga conto di che cosa il Cristianesimo rappresenti per il nostro continente. Ma la Commissione Europea, che è un organo politico, ha interpretato ancor prima della riforma dei Trattati questa necessità, impostando un dialogo permanente con le Chiese – dialogo che era stato richiesto dalle Chiese stesse – e che vede la Chiesa cattolica protagonista attiva, attraverso la Comece. E poi abbiamo deciso una consultazione preliminare con le Chiese, ogni volta che si debba prendere una decisione che riguardi l’ambito di interesse dell’attività delle Chiese. Quindi il dialogo strutturato con le Chiese da molti anni noi lo abbiamo già fatto. Inoltre lavoriamo per inserire il nuovo Trattato anche rispetto agli accordi delle Chiese con gli Stati nazionali, in modo da rispettare non solo le esigenze della riunione, delle libertà di riunione, delle libertà di associazione, ma anche le scelte delle singole Chiese nazionali nei diversi Stati membri. Noi riteniamo – io ritengo personalmente – che i valori a cui ha fatto appello il Papa siano veramente fondamentali per costruire e conservare l’unità del nostro continente.
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D. – Presidente Prodi, innanzitutto l’incontro con il Papa: a conclusione, in qualche modo – comunque, siamo vicini alla conclusione – del suo mandato alla presidenza della Commissione europea, e il giorno prima della firma del Trattato costituzionale. Che significato e che valore ha avuto?

R. – Due aspetti. Uno, evidentemente di commozione personale, e su quello non voglio dire nient’altro. Poi, c’è un aspetto politico che anche nel colloquio si è sentito molto: il grande momento dell’Europa che respira a due polmoni e che – anche se con problemi che tutti condividiamo, che tutti abbiamo sentito – si da veramente una regola per il futuro. E’ un’Europa stabile, è un’Europa che ha chiuso con Yalta, che ha finito con le tensioni … si è parlato proprio tanto di pace, di come i nuovi Paesi stanno arrivando, non solo la Polonia ma tutti; del clima che si deve creare, per la nuova Europa …

D. – Presidente, ci aiuti ad interpretare il voto di ieri al Parlamento …

R. – Ma … l’interpretazione seria, politica è una sola. Il Parlamento europeo ha voluto affermare la sua forza di fronte a quello che è il governo europeo, anche se i termini non sono precisi: si parla di Commissione, non di governo … Ma è un classico della democrazia: il Parlamento cresce, diventa consapevole della sua forza, e va considerato non per i poteri formali che ha, ma per il fatto che è un Parlamento! E d’ora in poi, il Parlamento europeo sarà un protagonista molto più forte, insieme alla Commissione, della vita europea. E quindi, gli Stati membri che in molti casi avevano sempre controllato il voto dei loro parlamentari, si sono trovati adesso di fronte ad un’evoluzione di straordinaria importanza nelle istituzioni europee.

D. – “L’Europa è aperta a tutti gli Stati che rispettano i suoi valori”: questo è il principio. Secondo lei, il Trattato costituzionale aiuterà a rendere più concreto il rispetto di questi valori?

R. – Sì, molto. Perché i valori sono ben chiari nel Trattato costituzionale. Certamente, anch’io avrei preferito, e ho lavorato attivamente perché ci fosse nel preambolo il riconoscimento delle radici storiche del cristianesimo e del giudaismo: questo non è stato possibile. Ma i valori di questa nostra religione sono veramente contenuti nella Carta costituzionale. Possiamo veramente pensare ad un’Europa – se legge l’articolo 1,4 – che ha questi principi come strumento di pace, come una nuova entità che si mette a servizio di un concetto molto diverso da quello tradizionale, del rapporto di forza tra Paesi, ma che regola i conflitti con un atteggiamento multilaterale, con l’uguaglianza tra i diversi Paesi che partecipano alla nuova Unione … è un superamento del concetto di “Stato moderno”!

D. – Dunque, le sembra che il Trattato costituzionale possa essere una scommessa di pace?

R. – Sì! E’ una scommessa di pace. E non è una scommessa: finora abbiamo mantenuto! Nel ’57 è stato firmato il primo Trattato di Roma; ci siamo allargati, successivamente. Mai, mai un conflitto all’interno dei confini dell’Unione. Tragedie, subito fuori dalla nostra porta. In questo senso, l’unificazione dell’Europa con l’allargamento, e quella già progettata verso Bulgaria e Romania e verso i Balcani, sono un’ulteriore garanzia di pace.

D. – Ecco, però lei spesso ha ricordato che l’Europa deve guardare anche oltre i propri confini. Dunque, questo Trattato costituzionale potrà aiutare ad evitare una crisi di divisione, come quella che c’è stata in tema “Iraq”?

R. – Questo no, purtroppo, perché la competenza in politica estera non c’è ancora e quindi, se domani ci dovesse essere un conflitto come quello iracheno, non c’è nessuna garanzia che non ci siano le stesse divisioni. Ma l’Europa si fa con la pazienza, ci vorrà qualche decennio per avere una politica estera comune, ma la via è segnata.

D. – “L’Europa è un’unione di minoranze”: è un’espressione che le è cara. In che modo si coniuga con l’esigenza di un’Europa ad una sola voce?

R. – Si coniugano proprio perché ognuno è in minoranza. Non c’è nessuno che imponga la propria voce agli altri. In minoranza si discute, si decide insieme e ciascuno contribuisce alla decisione. Ma nessuno la impone agli altri. Ed è questo il concetto nuovo dell’Europa. Per questo non sono soddisfatto dei punti in cui – come nella politica estera – si è mantenuta l’unanimità delle decisioni, perché in 25 Paesi, con il principio dell’unanimità, è difficile prendere delle decisioni, anzi: è impossibile!

D. – Presidente: euro, allargamento, Trattato costituzionale sono le conquiste più evidenti di questi cinque anni. Ce ne racconta qualcuna invece meno evidente e magari più sofferta?

R. – Io esco con la tristezza di non vedere messi in atto i progetti che avevamo messo in cantiere nel 2000 in campo economico, il cosiddetto “processo di Lisbona”, in cui avevamo detto – anche con molta gioia comune, no? – che insieme avremmo fatto una strategia per aumentare il gruppo economico, la ricerca, le innovazioni per diventare – era il nostro slogan – “la società più innovativa del mondo”. Sono passati quattro anni e in questo campo, proprio la mancanza di processi decisionali, l’obbligo dell’unanimità hanno fatto sì che le decisioni prese – ce n’erano parecchie, di buone decisioni, ma si era ancora troppo, troppo scarsi rispetto all’obettivo. E quindi, non siamo la società più innovativa del mondo. Lo dobbiamo ancora divenire.

D. – Ecco, però, parliamo proprio di Europa nel mondo: ci parla dei rapporti di partenariato che l’Europa ha avviato?

R. – E’ il nuovo capitolo: abbiamo definito i confini dell’Europa, l’allargamento è già fatto, quello verso la Bulgaria e la Romania è prossimo, il caso della Turchia, quindi i Balcani e poi i confini si fermano. Ma se l’Europa è un segnale di pace, deve attuare la politica già approvata – intendiamoci: già approvata! –, la cosiddetta “politica di vicinato”, cioè tutti i Paesi, dalla Russia fino al Marocco che sono vicini potranno – se vogliono – concludere con l’Europa uno strettissimo accordo, condividendo con l’Unione tutto, senza però far parte delle istituzioni europee, cioè senza diventare membri dello stesso Parlamento e della stessa Commissione, ma condividere unione doganale, trattati commerciali, regole economiche, cooperazione di polizia, di giustizia, regole dell’immigrazione … tutto quanto concerne la collaborazione più profonda. Ecco, è importante questo perché vuol dire estendere questa “infezione di pace” anche a Paesi che ne hanno tanto bisogno – pensi a Israele, alla Palestina, l’Egitto, i Paesi del Maghreb, l’Ucraina: pensi all’Ucraina, che è questa grande anima europea … Ecco, questo è l’ulteriore passo ed il compito dei prossimi decenni.

D. – Presidente Prodi, io avei voluto chiederle oggi, una volta fatta la valigia, se ci raccontava così, sottovoce, la sua voglia, l’intenzione di tornare indietro e di fare, altrettanto sottovoce, a qualche leader europeo qualche raccomandazione per il bene dell’Europa: non so se lei ha voglia adesso che ha fatto la valigia, ma l’ha anche disfatta …

R. – Sì, ieri è stata proprio una giornata incredibile, perché ho fatto proprio la valigia, ho chiuso casa – come si dice in termini popolari – ho disdetto i contratti della luce, del gas, l’abbonamento alla televisione, tutte le cose che si fanno normalmente; e poi come sono arrivato in ufficio è incominciato questo strano momento in cui siamo dovuti ritornare indietro, e adesso per qualche settimana dovrò rimanere a custodia delle istituzioni. Lo faccio volentieri, perché ci vuole continuità. Ma non ho proprio molti consigli da dare, salvo quello di prendere una lezione comune, che tutti dobbiamo prendere da questi avvenimenti, e cioè di considerare la nuova forza del Parlamento europeo.

D. – Ecco, anche qui: ancora presidente in carica della Commissione europea, ho un po’ più di difficoltà a chiederle se vuole commentare i grandissimi passi indietro – come lei stesso ha riconosciuto – che ha fatto l’Italia nella sua spinta europeista …

R. – Ma … sono cose che ho detto, e anche se dovrò rimanere ancora un po’ di tempo a Bruxelles, credo di non violare nessuno dei miei doveri se ripeto che in parecchi momenti è mancata una forte spinta europeistica che era nella tradizione italiana, secondo cui l’Europa ha sempre fatto parte del nostro DNA, ha sempre accompagnato i nostri successi … A volte sembra come mancare fede in questa realtà, sembra che qualcuno possa pensare che l’Italia possa fare da sola. Ecco, io credo, sono convinto che siano stati soltanto momenti passeggeri e che ritorni la grande politica italiana, di essere la spinta dell’Europa. Anche perché poi è difficile vedere guadagno e ricompensa da una politica diversa: è molto difficile. Io non ne vedo e non ne ho visti!

D. – Un esempio concreto?

R. – Un esempio concreto … ce ne sono … i più evidenti sono nel campo della cooperazione giudiziaria, sono nella spinta verso il multilateralismo, sono anche nello spingere nel campo della cooperazione economica che è interesse dell’Italia vedere più stretta, più forte, proprio perché altrimenti noi perdiamo contatto con il nuovo, con il nucleo forte del progresso del nostro continente. L’Italia, nella sua storia, ha sempre avuto due aspetti: uno, di essere parte dell’Europa più avanzata, del nocciolo duro dell’Europa, e l’altra, della difficoltà di essere periferica. Ecco, noi non possiamo assolutamente permetterci di diventare un Paese periferico, dobbiamo fare in modo che anche la periferia, soprattutto il nostro Mezzogiorno, diventi un punto centrale della politica europea. E ne abbiamo le possibilità, perché con lo sviluppo dell’Asia, il Mediterraneo è tornato – dopo quattro, cinque secoli – centrale e, se non siamo matti, dobbiamo capire che si possono rovesciare tante cose. I punti di arrivo del mondo che si sviluppava, che erano Amsterdam, Londra, adesso, attraverso Schulz, dall’Asia vengono verso il nostro Mezzogiorno. E allora, dobbiamo prendere noi l’iniziativa di legare l’Europa all’Asia. Questo è il nuovo, grande compito dell’Italia.
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6 maggio 2003

Corte Penale Internazionale

Con il giuramento di 18 giudici di 4 continenti, oggi, 11 marzo 2003, nasce all’Aja il gruppo di lavoro della Corte penale internazionale. Alla presenza del segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, e della regina d’Olanda, i giudici, che resteranno in carica nove anni, giurano solennemente nella “Sala dei Cavalieri” del Parlamento olandese che ospita la sede della Cpi. Dal 1998, anno in cui la Corte veniva istituita, con il Trattato di Roma, finora 89 Stati ne hanno ratificato lo Statuto. Proprio oggi il Consiglio d’Europa ha lanciato un appello a tutti i governi del Pianeta che ancora non vi hanno aderito a farlo “senza indugio”. La Corte si ocuperà espressamente di crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidi, rispondendo a un’esigenza di giustizia sovranazionale che già che nel 1948 era stata sottolineata da una Risoluzione dell’ONU. Un cammino importante, dunque, è stato compiuto ma restano alcuni interrogativi. Lo sottolinea, nell’intervista di Fausta Speranza, il prof. Luigi Bonanate, docente di relazioni internazionali all’Università di Torino.

11 marzo 2003

 

2001 G8 a Genova

Prima dei tragici sviluppi del G8 del 2001 a Genova, per approfondire alcuni dei tanti temi che faceva emergere, abbiamo realizzato una trasmissione speciale in diretta. Davvero speciale anche perchè frutto della collaborazione tra me e un altro collega italiano e rispettivamente altri due francesi e inglesi. Alcuni in studio, altri a Genova. Ne ripropongo qui la registrazione integrale:

21 luglio 2001

Romano Prodi 02/2001

La Carta dei diritti fondamentali e l’avvio dell’euro sono le più significative novità che l’inizio del Millennio ha portato all’Unione Europea. La moneta unica dei 15 Paesi membri per un anno affianca nelle operazioni finanziarie le monete locali. Da gennaio 2002 sarà moneta corrente ancora parallelamente a quelle tradizionali, ma solo fino a marzo dell’anno prossimo, quando diventerà l’unica valuta del vecchio continente. L’Euro è il simbolo di un’Unione che non può essere, però, solo economica ma anche culturale e istituzionale. E’ questo l’obiettivo della Carta dei diritti dei cittadini votata nell’ultimo vertice di Nizza, a dicembre scorso. Intende difendere i diritti fondamentali della persona, contro ogni forma di discriminazione, sfruttamento, abusi. Ma questa Carta si può considerare davvero la baseper la Costituzione dell’Europa unita? Risponde, nell’intervista di Fausta Speranza, Romano Prodi, presidente della Commissione Europea.

4/02/2001

Incontro con Padre Cremona

In occasione dell’anno 2000 e del millenario giubileo, ho realizzato diverse interviste ad alcune personlità. Mi accorgo che ho conservato solo questa, una lunga conversazione con il giornalista scrittore agostiniano Carlo Cremona. E’ la riflessione arguta e appassionata di un credente che non  abdica dalla sua natura di intellettuale.

3 dicembre 1999

Nuovi media: intervista a Derrick de Kerchhove, 1997

Cercando di riflettere sul valore della comunicazione ho partecipato a convegni e realizzato diverse interviste con i massimi esperti. Ho conservato questa lunga conversazione con Derrick De Kerckhove, realizzata nel 1997 quando internet stava diventando una realtà per tanti.

del 3 marzo 1997

50 ANNI FA, LA LIBERAZIONE DELL’ITALIA DALL’OCCUPAZIONE NAZISTA

L’intenso dibattito politico intorno ai risultati delle elezioni amministrative cade in un anniversario d’eccezione per la Repubblica italiana: 50 anni dalla liberazione dall ‘occupazione tedesca. E’ passato, infatti, mezzo secolo dal 25 aprile del 1945, data-simbolo della vittoria della Resistenza e della conclusione, per l’Italia, della II guerra mondiale. Il servizio di Fausta Speranza:

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Il 25 aprile del 1945, Milano e Genova insorgono, cacciando i tedeschi; con la liberazione, il 28, di Torino da parte delle forze alleate, la vittoria sugli occupanti è sancita, dopo 20 mesi di resistenza, vissuti diversamente nelle varie regioni d’Italia. Gli alleati, infatti, sbarcano in Sicilia nell’estate del 1943. Nel settembre dello stesso anno c’è la firma dell’armistizio da parte di re e  governo, la dichiarazione ufficiale di guerra contro i tedeschi, lo sbarco degli americani a Salerno. Il sud. dunque, viene in tempi relativamente rapidi strappato dalle mani dei nazisti .

Più lunga la lotta al centro: solo il 4 giugno del 1944, viene liberata Roma. Straziante, poi, l’agonia nella parte settentrionale della penisola che, prima dello sfondamento della linea gotica, negli ultimi mesi del ’44 e nei primi del ’45 è teatro delle più feroci rappresaglie dei nazisti, ormai sulla via della disfatta.

La storia della resistenza, dunque, è la storia delle diverse esperienze vissute sul territorio italiano. ma è anche e soprattutto storia di unità, quell ‘unità che le più diverse forze politiche trovano nel combattere il nazismo e la dittatura e nel fondare, poi, la Repubblica. Come spiega il professor Pietro Scoppola, docente di storia contemporanea all ‘Università “La Sapienza” di Roma, e autore del volumetto: “25 aprile. Liberazione”, pubblicato di recente da Einaudi:

Il modo in cui la guerra si è conclusa ha contribuito ad accentuare differenze già esistenti nel nostro Paese. Ma al di sotto di questo, c’è da scoprire e valorizzare un elemento unitario, che è quello di un coinvolgimento profondo e vitale di tutti gli italiani. E bisogna soprattutto rileggere il passsato secondo la grande intuizione di don Giuseppe Dossetti, uomo che ha fatto la resistenza ed è stato fra gli esponenti più significativi dell’assemblea costituente, oggi monaco. Il quale, ripensando a quel passato, ha individuato e ha indicato il nesso stretto tra liberazione e costituzione repubblicana, fra evento epocale rappresentato dalla guerra e la rifondazione della convivenza sui grandi valori della Costituzione, alla quale – come noto – i cattolici hanno dato un contributo decisivo.

A questo proposito, a mezzo secolo di distanza, nuove letture storiografiche sembrano superare le polemiche sull’attendismo della Chiesa e dei cattolici. Ancora il Prof. Scoppola:

Un grande storico di formazione laica crociana, Federico Chabod, ha paragonato il ruolo che la Chiesa svolge in particolare a Roma negli anni dell’occupazione tedesca a quello che svolse al tempo delle invasioni barbariche, nei primi secoli cristiani, negli anni del disfacimento dell’Impero romano. Questo per dirle quanto anche in una cultura di ispirazione laica ci sia stato di sensibilità a questo ruolo della Chiesa. Non dobbiamo andare a misurare quanto si è sparato, quanti sono stati i corpi militari di estrazione cattolica o di estrazione della sinistra. Dobbiamo chiederci, piuttosto, e capire quale sia il contributo qualitativo che la presenza cattolica e cristiano ha portato a questo grande movimento della resistenza morale di tutto il popolo. Ha contribuito a ricostituire il tessuto etico della convivenza. E senza convivenza non c’è democrazia, non c’è possibilità di ricostruire la democrazia. La democrazia, infatti, non si ricostruisce semplicemente sparando, partendo dalle armi. Si icostruisce con uno sforzo in positivo.

UNA MOSTRA A RIMINI SUI POPOLI DEL MAR NERO

 APPORTATORI IN OCCIDENTE NON SOLO DI RIVOLGIMENTI, MA ANCHE DI DINAMISMO E CIVILTA’

– Ai nostri microfoni, il Prof. Giancar10 Susinio –

“Dal Mille al Mille: ori dei popoli del Mar Nero” è il titolo del1a grande mostra sui tesori delle genti delle steppe, allestita a Rimini – su iniziativa del Meeting per l’Amicizia fra i popoli – presso la Sala del1 ‘Arrengo e il Palazzo del Podestà, fino al 25 giugno prossimo. Il servizio di Fausta Speranza:

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Il Mar Nero, il cosiddetto “grande catino” con un imbuto verso il Mediterraneo, ha tre versanti: quello meridionale, l’Anatolia, che ha conosciuto culture imbevute del mondo greco, il dominio persiano, l’ellenismo; il versante orientale, dominato dal Caucaso, dal quale spuntano popoli lontani quali gli armeni; il versante europeo, dove trovano sbocco grandi fiumi, tra i quali il Danubio, e dove l’ampia penisola della Crimea rappresenta un avanposto tra Europa e Asia. Proprio dei popoli che abitarono ìl versante europeo si occupa la Mostra a Rimini, ricca di materiali che provengono da rinvenimenti recentissimi.
Pensando ai popoli di questa zona, ci vengono subito in mente le invasioni in Occidente e forse solo immagini di devastazione e distruzione. Che cosa c’è, invece, da sapere di questi popoli lontani e favolosi? Quali le loro caratteristiche? Lo chiediamo al prof. Giancarlo Susinio, ordinario di Storia antica all ‘Università di Bologna, membro de1l ‘Accademia Nazionale dei Lincei ed esponente parte del Comitato scientifico della Mostra:

E’ vero. Portano rivolgimenti, portano tante cose che noi conosciamo come devastazioni, ecc. Portano anche energie nuove e soprattutto – a mio parere – portano la conoscenza della possibilità di muoversi con una tecnica e un modulo nuovo. Per esempio, il cavallo. Mi domando, la cavalleria, come noi la conosciamo nel Medioevo, quale profonda ispirazione ha ricevuto dal costume del movimento di questi popoli? Poi, un’altra cosa: sono popoli abituati a lavorare i metalli preziosi e portano delle tecnologie di lavorazione che per la metallurgia sono davvero importanti. Non li possiamo considerare esclusivamente come nomadi nelle loro
scorrerie di tenda in tenda, ecc. ma anche come popolazioni che si attestano con città in simbiosi, un sincretismo con gli elementi greci, con gli elementi romani, con la cultura bizantina. Sono protagonisti a un certo momento, per esempio in Crimea, dei santuari – nella prima evangelizzazione cristiana – che sono degli autentici insediamenti civili.

CENTO ANNI FA IL BREVETTO DEI FRATELLI LUMIERE

Oggi un nuovo strumento informatico a servizio degli aspetti culturali del cinema

– Intervista con Andrea Piersanti –

100 anni fa, come ieri, il 13 febbraio 1895, veniva registrato il brevetto del cinematografo da parte dei fratelli Louis e Auguste Lumière. inventori e industriali nel campo della fotografia. Il servizio di Fausta Speranza:

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Quando nel 1894. i Fratelli Lumière scoprono il cinetoscopio di Edison, in una bottega del Boulevard Poissoniere, a Parigi, la macchina cinematografica è praticamente pronta. L’apporto, dal punto di vista scientifico, dei famosi fratelli è in realtà poca cosa: un procedimento di trascinamento periodico della pellicola, ispirato al funzionamento della macchina da cucire. Pertanto. dopo il brevetto del fonografo nel 1887 e quello del cinetoscopio nel 1893, praticamente bisogna inventarne un impiego.
Sta qui la genialità dei fratelli Lumière: mettere insieme un proiettore ed uno schermo in una grande sala che raccoglie persone, attratte e stregate da “animate scene”. Esattamente i l cinermatografo. Con loro, dunque, l’evento culturale è compiuto.

Oggi la straordinaria moderna arte del XX secolo riceve un ennesimo regalo dalla tecnologia: un piccolo disco ottico in cui sono memorizzati dati, foto, stralci di recensioni critiche di più di 35 mila film di tutto il mondo. Si tratta del CD-ROM intitolato “Cine-enciclopedia 2”, realizzato dall’Ente dello Spettacolo e da Editel, con la collaborazione del Dipartimento spettacolo della Presidenza del Consiglio dei ministri. Su questa iniziativa editoriale, praticamente unica al mondo, ascoltiamo il presidente dell’Ente dello Spettacolo, Andrea Piersanti …

R. – Si possono fare ricerche in tutti i possibili campi di interrogazione di una scheda cinematografica. In questo dischetto sono contenute le schede filmografiche di più di 35 mila film, italiani e stranieri, prodotti a partire dal 1928, a partire cioè dall’avvento del sonoro nella tecnica cinematografica. Si possono cercare informazioni partendo dal titolo italiano, dal titolo originale, dal nome del regista, dall’anno di produzione, dal nome degli attori, da parole – ed è questa la novità più interessante – contenute nelle sinossi, cioè nelle trame dei film. In poche frazioni di secondi il “software” che fa muovere questo CD-ROM tira fuori tutte le schede dei film, dove compare quella determinata parola.

D. – Quale importanza attribuire al mettere insieme e archiviare tali dati ed informazioni sul cinema?

R. – Secondo indagini serissime, commissionate da produttori e distributori, il pubblico cinematografico è sempre più attento all’aspetto culturale dell’evento cinematografico. Di consenguenza, questo pubblico vuole saperne di più. Uno strumento come questo permette di soddisfare le curiosità e permette quindi anche di contrastare quel terribile “effetto marmellata”, che la programmazione in Italia di 7 mila film l’anno – tanti ne sono stati censiti dalla nostra rivista del cinematografo – induce dal piccolo schermo.

IL SENATO APPROVA LA LEGGE ANTI-CRIMINE DI CLINTON

LEGGE CHE CONTEMPLA L’ESTENSIONE DEI REATI PUNITI CON LA PENA DI MORTE

– Servizio di Fausta Speranza

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Il Senato americano ha varato. con 61 voti a favore e 38 contrari. la legge anti-crimine presentata dal presidente Clintono già approvata domenica scorsa dalla Camera dei rappresentanti e che ora passa alla Casa Bianca per la firma. Sono stanziati fondi per 30 miliardi di dollari in 6 anni. In Particolare, si prevedono ltassunzione di 100mila ufficiali di polizia, la costruzione di nuove carceri. l’attuazione di programmi di prevenzione anti-crimine e anti-droga.

La legge. inoltre, vieta la vendita di 19 tipi di armi semi automatiche. cosiddette da guerra, che finora potevano essere acquistate e possedute senza difficoltà.

Ma il piano anti-crimine prevede anche l’estensione della pena di morte ad altri 60 reati e rende obbligatorio l’ergastolo nel caso di imputati riconosciuti per tre volte colpevoli di delitti contro la persona.

Su quest’ultimo punto, non secondario, ascoltiamo il commento del portavoce della Sezione italiana di Amnesty International, Riccardo Noury.

R. – Il giudizio di Amnesty International è negativo; negativo perché negli Stati Uniti, da diversi anni a questa parte,  vi è un movimento a favore della pena di morte, che non è un movimento soltanto di opinione pubblica – purtroppo – ma è un movimento politico, di singoli governatori e delle autorità federali. Il presidente Bill Clinton, in campagna elettorale, precedentemente alla sua elezione, aveva dichiarato di essere favorevole alla pena di morte; successivamente. dopo la sua elezione. si è battuto perché l’ampliamento della pena di morte diventasse un atto legislativo. e la realtà oggi è che la pena di morte viene prevista per altri 60 reati con conseguenze facilmente immaginabili in termini di aumento delle esecuzioni. Il tutto si svolge nel contesto statunitense in cui la criminalità è in aumento.
Questo sembra confermare i dati di Amnesty, dati di numerosi studiosi e criminologi statunitensi, secondo i quali la pena di morte non possiede alcun particolare effetto deterrente. Laddove è maggiormente applicata, infatti, è il caso del Texas. spesso coincide con tassi di criminalità particolarmente elevati.

D. – Riccardo Roury, pochi dati per dare un’idea sull’applicazione della pena di morte •••

R. – Negli Stati Uniti la pena di morte, oggi, è applicata in 37 Stati; in più, vi sono le leggi di pace e le leggi di guerra federali. Ogni anno vi sono almeno 38 esecuzioni: questo è il record fino ad oggi, raggiunto nel 1993. E’ un record che, purtroppo, dovrebbe essere battuto nel ’94, in quanto a metà agosto le esecuzioni erano già state 23. Sono dati che preoccupano non solo per la quantità, ma anche per la qualità delle esecuzioni. Alcuni Stati, ad esempio, che reintroducono la pena di morte, come il Kansas, e poi l’applicano quasi immediatamente. Ci sono minorati mentali, minorenni mandati a morte. Addirittura, persone sono mandate a morte con dubbi più che fondati sulla colpevolezza della persona uccisa.

D. – Si parla sempre di Stati Uniti: ma la situazione qual è nel resto del panorama mondiale?
R. – La situazione, da qualche anno a questa parte, purtroppo è brutta. Vi sono stati Paesi che hanno reintrudotto la pena di morte, come ad esempio le Filippine; Paesi che hanno ripreso le esecuzioni dopo anni, come il Giappone, come l’Algeria, come il Kuwait; Paesi che hanno aumentato l’applicazione della pena di morte, estendendo il numero dei reati per i quali è prevista la pena capitale, come il Perù. Il movimento abolizionista, in questo periodo, non sta cogliendo buoni risultati. L’ampliamento del numero dei reati con pena capitale negli Stati Uniti conferma una tendenza negativa verso la riapplicazione, l’uso sempre più frequente della pena di morte nel mondo. L’unica eccezione di questo periodo riguarda il continente africano, dove diversi Stati, in un contesto in cui si tende sempre più alla democrazia in questi Paesi, hanno abolito la pena di morte, mentre altri ancora vi stanno provvedendo. Ma diciamo che, nel mondo cosiddetto occidentale o Primo Mondo, l’unico dato pOSitivo di questi ultimi tre anni è arrivato dalla Grecia, che ha abolito definitivamente la pena di morte, anche dal proprio codice militare, nel dicembre del ’93.